Chiamato “del Giappone”, viene dall’India e dalla Cina

Scritto da Silvia Amodio |    Novembre 2016    |    Pag. 43

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

usignolo

Foto L. Puglisi

MONDO ANIMALE

In Toscana da qualche anno viene avvistata un’altra specie aliena: l’usignolo del Giappone (Leiothrix lutea). Il nostro giornale in passato ha parlato di queste invasioni: si tratta di animali e piante che, per varie ragioni, si spostano e si insediano in luoghi che non sono quelli originari.

Sembra impossibile, ma in Italia su 73 specie di mammiferi che conosciamo, 15 sono esotiche; su 484 uccelli, 24 non appartengono alla nostra fauna originaria, per non parlare dei pesci: il 40% di quelli che popolano i nostri ambienti d’acqua dolce vengono da altri Paesi.

Luca Puglisi, biologo e direttore del Centro ornitologico toscano, ci descrive questo piccolo uccello: «tanto per cominciare non è originario del paese che gli dà il nome, ma viene da un’area compresa fra l’India settentrionale e la Cina meridionale. L’uomo ha iniziato a commercializzarlo perché affascinato dalla voce e dai colori: ha il petto giallo e arancione e il becco rosso. In cattività questo uccellino, grande come un passero, non si riproduce facilmente e per anni il suo mercato è stato basato sulla cattura e l’importazione di esemplari selvatici, oggi vietata dalle normative internazionali. I manuali per il suo allevamento suggeriscono di lasciare aperte le voliere durante la nidificazione in modo da consentire agli adulti di reperire cibo anche all’esterno. Non sorprende quindi che da individui fuggiti si siano formate popolazioni di origine artificiale in giro per il mondo: Giappone, Italia, Francia, Spagna, Hawaii».

La Toscana è una delle regioni italiane dove la specie è più diffusa. Osservata per la prima volta in natura alla fine degli anni ‘90 in provincia di Lucca, oggi è diffusa anche nelle province di Pisa, Massa-Carrara, Pistoia, Prato e Firenze. Vi sono altre segnalazioni a sud dell’Arno, che però a oggi non sembrano collegate alla presenza di vere e proprie popolazioni.

«Anche se localmente è molto numeroso – prosegue Puglisi – non è facilmente osservabile: infatti si insedia nelle aree fresche e umide, soprattutto in collina o media montagna, dove arbusti e cespugli coprono interamente il terreno, ma solo raramente si spinge fuori dalla vegetazione oppure si mostra. È gregario e i gruppi si spostano al coperto della vegetazione rimanendo in contatto con i richiami: il loro comportamento è particolare e soprattutto in inverno, quando si riuniscono in tanti per dormire in ciuffi di vegetazione molto densa, si spostano seguendo i soliti percorsi fra le piante, come se fossero sentieri invisibili. Il canto, melodioso e complesso rispetto alle altre vocalizzazioni, è prodotto solo dal maschio durante tutto l’anno, ma con maggiore frequenza in primavera ed estate, quando nidifica. Non sappiamo ancora molto delle sue abitudini riproduttive da noi. Nel suo areale di origine costruisce un nido a coppa nel folto della vegetazione, dove depone 3-4 uova che vengono covate per 10-14 giorni; altrettanti ce ne vorranno per allevare i pulcini. Si nutre principalmente di insetti e frutti e spesso frequenta frutteti ed oliveti abbandonati».

Quella dell’usignolo del Giappone sembra quindi una bella storia di libertà, ma in realtà la diffusione artificiale di specie al di fuori del loro areale di origine è sempre un fatto negativo. Esse rappresentano una delle principali minacce per la biodiversità, in quanto all’interno di un ecosistema si fanno spazio a danno delle specie tipiche o possono introdurvi nuove malattie e parassiti.

«L’appello è quindi uno solo – conclude il ricercatore –: se decidete di tenere una pianta o un animale con voi, fatelo per tutta la loro vita!».


L'intervistato

Luca PuglisiBiologo e direttore del Centro ornitologico toscano

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