Un po’ di gossip storico su personaggi presenti in città in quel quinquennio storico

Scritto da Pier Francesco Listri |    Gennaio 2015    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Monumento a Vittorio Emanuele II

Il quinquennio (1865-‘70) di Firenze capitale d’Italia, fu evento storicamente importante ovviamente per la città ma anche per l’Italia intera. Tuttavia spiacque a molti: se la presero i torinesi, che si videro privati del ruolo di capitale; dispiacque al re Vittorio Emanuele II che amava andare a caccia nella sua Racconigi; e dispiacque perfino ai fiorentini (tanto che Ricasoli la definì “una tazza di veleno”), perché sapevano bene che sarebbe stata una capitale provvisoria in attesa di trasferirsi nell’agognata Roma. Di quel quinquennio – del cui profilo storico tutti quest’anno che viene scriveranno e discuteranno – facciamo qui, un po’ di gossip su rigorose basi storiche.

Un re poco raffinato

Cominciamo proprio dal re. Vittorio Emanuele II avrebbe tenuto in realtà più che all’Unità d’Italia a un Piemonte allargato all’Italia: il re che parlava in dialetto, oppure in francese, non era un personaggio raffinato. La regina Vittoria d’Inghilterra, incontrandolo, lo definì “un selvaggio”. I suoi amori erano i cavalli, la caccia, le donne e, se possibile, fare guerra (Cavour durò molta fatica a dissuaderlo più volte).

Attaccato alla sua Torino non amò mai Firenze dove fu costretto a trasferire la reggia in Palazzo Pitti e dove si ritagliò un appartamento periferico nel quartiere della Meridiana, da dove poteva uscire clandestinamente per i suoi incontri amorosi notturni. Come è noto egli fece trasferire a Villa La Petraia la sua non ancora moglie Rosa Vercellana, da lui eletta contessa di Mirafiori, ma a Firenze ebbe anche una relazione con una giovane di nome Emma che abitava in via del Campuccio.

L’unico suo vero piacere era andare a caccia nella tenuta toscana di San Rossore. Il 3 febbraio 1865, di sera, il re giunse in treno e all’improvviso a Firenze, accolto da una fiaccolata di nobili che lo accompagnarono a Pitti.

Rattazzi e la moglie snob

Quanto all’altra più alta personalità del tempo, cioè papa Pio IX, era di bell’aspetto, sempre sorridente, le mani curatissime e l’abito bianco guarnito ai polsi di magnifiche trine. Quando Firenze divenne capitale, Pio IX aveva da poco proclamato il Sillabo, cioè la condanna dell’intera modernità.

Pio IX fu l’ultimo papa-re, in quanto aveva il governo dello Stato Pontificio dove, con curioso paradosso, lui regnante era ancora in vigore la pena di morte, col celebre boia Mastro Titta. Lasciando da parte il grande Cavour - certamente il vero creatore dell’Unità d’Italia - che, nonostante fosse impegnato nei suoi numerosissimi amori, dette impulso al progresso del paese, in primis le ferrovie, e morì pochi mesi dopo l’Unità - bisogna invece ricordare il toscano barone Bettino Ricasoli che gli succedette come presidente del Consiglio nello stesso 1861 e tale fu più tardi, nel ’66: ma i suoi governi furono assai brevi, perché quasi mai si intese con re Vittorio.

Ricasoli ricambiava, affermando più volte, in privato, che la sua famiglia, i Ricasoli, erano più antichi dei Savoia. Cattolicissimo, grande intenditore di agricoltura (inventò il vino Chianti, scegliendo i vitigni appropriati) Ricasoli non amava la mondanità; precocemente vedovo, adorava vivere nella tenuta chiantigiana di Brolio con l’adorata figlia Elisabetta. Da Brolio scendeva a cavallo fino a Palazzo Vecchio, per i suoi impegni politici.

Fu indubbiamente il capo di quel gruppo di politici cattolici detti “la consorteria” che, fra l’altro, avrebbe praticamente condizionato il governo nazionale fino all’avvento delle sinistre nel ’76. Ricasoli era di carattere autoritario e puntiglioso, spesso indispettì il re, per esempio quando non volle presenziare alle nozze di Umberto, figlio di Vittorio Emanuele II. Sebbene trattasse i suoi contadini con autoritarismo quasi feudale, fu uomo integerrimo e prezioso non solo per la Toscana.

A succedere a Ricasoli, in tutte e due i suoi governi, fu Urbano Rattazzi, alessandrino, non di nobile discendenza, abile e accondiscendente ai voleri del sovrano. Con Firenze capitale, egli vi si trasferì nel bel Palazzo Guadagni in piazza Santo Spirito, ma incorse in una disavventura matrimoniale che gli costò la presidenza del Consiglio.

Sua moglie, francese, assai bella, molto più giovane di lui, Marie Bonaparte Wyse, disprezzava pubblicamente i fiorentini trovandoli provinciali; il peggio fu quando scrisse un libro su un’immaginaria città, Bicheville, in cui, senza far nomi, li rappresentava in modo satirico. Nacque un putiferio, la signora fu spedita a Parigi e Rattazzi di lì a poco lasciò la presidenza.

Torinesi versus fiorentini

Stabilita la capitale a Firenze, vi scesero oltre 20.000 torinesi fra militari e burocrati, creando una crisi nei prezzi degli affitti, ma soprattutto innestando un silenzioso conflitto con i fiorentini. Addirittura, da Torino erano stati dotati di un libriccino con le istruzioni su come comportarsi a Firenze, quasi che scendessero fra i selvaggi. La tranquilla Firenze, legata ai suoi usi e costumi insieme provinciali ed europei, quali ce li descrive splendidamente il Collodi nel suoi articoli, chiamò subito “buzzurri” i torinesi, che ricambiarono con eguale astio.

Ora il gossip, per ragione di spazio, deve concludersi, ma non senza ribadire una verità spesso negata: che cioè Firenze non era una “firenzina”.

Qui operavano in quel quinquennio e prima, intellettuali come Gino Capponi, il dalmata Niccolò Tommaseo, vecchio e quasi cieco, che qui redige il ciclopico Dizionario della lingua italiana; grandi organizzatori di cultura come l’editore Le Monnier e il franco-svizzero Gian Pietro Vieusseux che, prima di scomparire nel 1863, creò l’omonimo gabinetto. Giravano per le strade di Firenze De Amicis giovane e l’altrettanto giovane Carducci.

E insegnavano chimica e fisiologia tre grandi stranieri scesi a Firenze, i fratelli Ugo e Maurizio Schiff ed il russo Alessandro Herzen, figlio del celebre rivoluzionario. Da Firenze scrisse le sue Lettere meridionali lo storico Pasquale Villari, primo e saggio interprete dei bisogni del Mezzogiorno nazionale. Dal 1864 funzionava a Firenze il nuovo osservatorio di Arcetri che diverrà un importante centro astrofisico internazionale. Sul piano scientifico, in quelli anni, Barsanti e Matteucci inventano e presentano il motore a scoppio, anticipazione dell’automobile.

Qui un operaio del Teatro della Pergola, Antonio Meucci, sta per inventare il telefono. E, dopo quasi cinque secoli di immobilismo urbanistico, Firenze si rinnova: abbatte le storiche mura e crea i grandi viali di circonvallazione, ma soprattutto dà vita a quei gioielli che sono il viale dei Colli e il piazzale Michelangelo.E dite se è poco.

Il libro

Amori, scandali, bizze del sovrano, sfoghi di Collodi, il caso Rattazzi, i giornali, i teatri e tanti altri personaggi, dei cinque anni di Firenze capitale, colti nelle sue grandezze e piccinerie.

Pier Francesco Listri, Segreti e vita quotidiana di Firenze capitale, 1865-1870, ed. Le Lettere, 11 euro

Firenze capitale - Cronache dal Risorgimento. Da RaiCultura - durata 4’ 07’’