L'artista americano realizzò nel 1989 l'ultimo murale a soli 32 anni

Scritto da Francesca Magnelli |    Aprile 2010    |    Pag.

Adorava la pizza alla napoletana. La mangiava in piedi, sull'impalcatura mobile, mentre osservava i progressi della sua opera, tra una mano di colore e la firma di un autografo. Non diceva mai di no Keith Haring, e il suo nome era sempre accompagnato da una delle figure stilizzate che lo avevano reso famoso in tutto il mondo, schizzi veloci fatti su un foglio ma anche sui jeans e sulle magliette di chi gli si avvicinava.

 

A Pisa per caso

Era stato il caso - o forse il destino - a portarlo a Pisa, per quella che sarebbe diventata la sua ultima opera, un gigantesco mural di oltre 180 metri quadrati realizzato in sei giorni di lavoro nel giugno del 1989. Qualche mese prima aveva conosciuto a New York un giovane appassionato di pop art, Piergiorgio Castellani. «Perché non realizzi qualcosa a Pisa?», gli aveva chiesto Piergiorgio. E Haring non se l'era fatto ripetere due volte.

Daniela Burchielli, oggi dirigente del Comune di Pisa nel settore servizi istituzionali e turismo, in quegli anni lavorava all'ufficio Cultura. «L'idea ci piacque moltissimo, e cominciammo subito a lavorare per realizzarla», ricorda. Non fu un'impresa facile. Haring venne a fare molti sopralluoghi. Girò per tutta la città, a piedi, in carrozzella, scattando decine di foto con la sua polaroid. «Finalmente trovammo il luogo adatto: la parete posteriore del convento di Sant'Antonio. Il parroco, don Luciano, dette il suo consenso». Ponti e impalcature furono montati a tempo di record. E la grande avventura ebbe inizio.

 

A tempo di musica

«Prima tracciò tutti i contorni in nero, partendo dall'angolo in alto a sinistra, poi cominciò a riempire di colore le figure, con l'aiuto di alcuni studenti pisani - ricorda Daniela, che sull'opera di Haring a Pisa ha realizzato un documentario -. La musica non mancava mai, lui non riusciva a lavorare senza, alcuni ragazzi venivano tutti i giorni a ballare la break-dance. C'era un clima bellissimo, davvero contagioso. Potevamo assistere in diretta alla nascita di un'opera d'arte, seguirne la sua evoluzione. Ricordo che un giorno un gruppo a bordo di un pulmino si fermò davanti al convento. Keith non fece discorsi: prese i suoi colori e trasformò quel vecchio Volkswagen nel mezzo più colorato mai visto per le strade di Pisa. Anche gli anziani del quartiere venivano a guardare, a dire la loro».

Eppure all'inizio furono in molti a pensare che un'opera d'arte contemporanea inserita in un contesto storico antico fosse un'autentica follia. «Che cosa c'entra con la nostra cultura? - dicevano -. Avevano paura che potesse deturpare la città - racconta ancora Daniela -. E a essere sinceri anche noi non sapevamo bene che cosa avesse in mente Haring; lui non preparava mai bozzetti delle sue opere. Sapevamo però che avrebbe rispettato Pisa e le sue tradizioni: lo avevamo portato alla Luminaria di San Ranieri ed era rimasto affascinato dai riflessi dei tanti lumini accesi sull'Arno... Quando arrivò il momento di scegliere i colori fu molto attento: privilegiò le tonalità tenui rispetto ai violenti contrasti cromatici che solitamente caratterizzavano i suoi lavori, per rendere l'opera un tutt'uno con la città che l'avrebbe accolta per sempre».

 

Testamento spirituale

Sono passati più di vent'anni. E il murale è sempre lì, in perfette condizioni. Merito delle vernici a lunga tenuta messe a disposizione dalla Caparol, i cui artigiani, pennelli in mano, parteciparono in prima persona alla stesura del colore. Ma merito anche del rispetto che in tutti questi anni i pisani hanno avuto nei confronti di un'opera che fin da subito hanno sentito come loro. Solo una lastra di vetro è stata messa a protezione della parte più bassa, dove ogni tanto qualcuno appoggiava una bicicletta.

Nessuna scritta, nessun disegno ha mai violato la bellezza di quelle 30 figure che come in un puzzle popolano la parete, ognuna con un proprio "messaggio" di pace, cariche dell'energia e della vitalità tipiche di Haring. Che a Pisa, per la prima volta, accetta di dare un titolo ad una sua opera. «Non amo dare una definizione a quello che faccio, preferisco che ognuno cerchi la sua. Ma se proprio dovessi dargli un nome la chiamerei Tuttomondo».

E Tuttomondo è rimasto: un inno alla pace e all'armonia, quasi un testamento spirituale di questo giovane artista americano che morirà otto mesi dopo aver lasciato la Toscana, a soli 32 anni, ucciso dall'Aids.

 

 

Nel mondo di Haring

Il 4 maggio, data di nascita di Haring, sarà presentata a Pisa in anteprima nazionale la versione in italiano del documentario The Universe of Keith Haring di Christina Clausen. Info: Apt Pisa, tel. 050929777

 

Tuttomondo fu un regalo di Haring a Pisa: alla città l'opera costò soltanto i biglietti aerei e il pernottamento per l'artista e il suo assistente. Oggi è quotata 72 milioni di dollari

 

Nella foto sopra: Scultura di Keith Haring davanti al Centro*Sesto.