Un problema sociale sempre più diffuso nel nostro paese. Come affrontare questa dipendenza dagli esiti spesso disastrosi

Scritto da Alma Valente |    Ottobre 2015    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Gioco azzardo

Disegno di L. Contemori

Gioco d’azzardo

Anche nel linguaggio comune, quando crediamo di avere ragione, viene detta la fatidica frase “quanto scommettiamo?”. Talvolta il desiderio di scommettere può diventare una vera e propria malattia. Cominciamo con l’ascoltare la storia di un giocatore compulsivo, che per ovvi motivi vuol mantenere l’anonimato.

«Sono un giocatore compulsivo, avevo 22 anni quando ho iniziato a scommettere: prima con il totocalcio, poi ai cavalli e infine sono arrivate le scommesse sportive. Da lì in poi non è più finita! All’inizio le vincite arrivavano, ma venivano reinvestite al gioco: volevo vincere molto di più e quindi rincorrevo le perdite.

Nei primi anni il denaro perso era coperto dalla famiglia con la scusa che avrei smesso di giocare e per alcuni periodi questo accadeva. Nel frattempo mi sono sposato e sono arrivate due figlie, ma la compulsione tornava sempre più forte e i guai finanziari si facevano sempre più pressanti. Mi svegliavo la mattina col pensiero di trovare i soldi per giocare, vivevo sempre sul filo della legalità e qualche volta la superavo.

Soffrivo tanto, le notti le passavo in bianco, fino ad arrivare a perdere un lavoro ben retribuito a 55 anni, in piena crisi finanziaria. Avevo toccato il fondo, ma da lì sono ripartito grazie alla famiglia che mi è stata accanto e grazie al giorno in cui ho cosciuto Giocatori anonimi dove ho incontrato persone con il mio stesso problema. Qui ho imparato ad ammettere che ho una malattia da cui non si può guarire, ma si può tenere sotto controllo. Adesso sono un uomo sereno e ho acquistato dei valori che credevo di aver perduto».

Sull’argomento abbiamo sentito il parere della psichiatra Barbara Mezzani: «l’Italia è il terzo paese del mondo dopo Giappone e Regno Unito per volume di gioco d’azzardo e il primo per spese pro capite, circa 1260 euro di spesa (neonati compresi) per il gambling (termine inglese per il gioco d’azzardo). Quello dei giocatori compulsivi è un fenomeno progressivamente in aumento nel nostro paese. Si stima che l’incidenza negli adulti sia di circa 1-2% della popolazione, 800.000 sarebbero i giocatori d’azzardo patologici e addirittura 2 milioni i giocatori a rischio».

Può darci un profilo psicologico dei giocatori compulsivi?

L’intervistata: Barbara Mezzani, psichiatra
L’intervistata: Barbara Mezzani, psichiatra

«Le caratteristiche del gioco d’azzardo patologico si basano sul fatto di rischiare qualcosa di valore nella speranza di ottenere qualcosa di valore maggiore. La caratteristica essenziale del disturbo da gioco d’azzardo è un comportamento disadattivo legato al gioco, persistente o ricorrente, che sconvolge attività familiari, personali e/o professionali. Si può inoltre sviluppare uno schema di “rincorsa delle proprie perdite”, con il bisogno urgente di giocare per annullare una perdita o una serie di perdite».

Esiste una differenza tra i sessi?

«Gli uomini rappresentano il 70/80% dei giocatori patologici, ma il fenomeno è in crescita anche nel sesso femminile. Sicuramente i maschi ricercano nel gioco il piacere della “sfida”, mentre per le donne il giocare ha a che fare con il tentativo di evadere dalla realtà. Inoltre, mentre gli uomini prediligono il poker on line o il Black Jack, le donne si concentrano sui Gratta e vinci e sul bingo. Entrambi sono molto attratti dal gioco on line che permette di mantenere un certo anonimato».

Questo fenomeno è presente in tutte le classi sociali e livelli di scolarità, oppure si concentra di più in alcune fasce?

«Sembra che in passato vi sia stata una relazione fra ricorso al gioco e minore scolarizzazione: il 75-80% dei giocatori avevano la licenza elementare e media, l’80% si definiva precario da un punto di vista lavorativo e un 61% risultava laureato. Si è stimato che addirittura un 86,7% dei cassintegrati fossero dediti al gioco patologico. In realtà questo dato si sta uniformando e non è infrequente vedere persone arrivate professionalmente, giocare d’azzardo con assiduità».

I meccanismi che scatenano il gioco compulsivo sono gli stessi delle altre dipendenze?

«Soprattutto nel sesso maschile, il gioco si associa a una notevole scarica “adrenalica”, cioè a quella sensazione che ti fa sentire potente, forte e invincibile. Questo è il meccanismo sotteso a più forme di dipendenza. È stato infatti visto che, soprattutto nei giovani, al gioco d’azzardo si associano fumo precoce, consumo di sostanze, binge drinking (cioè bere elevati livelli di alcolici in occasioni sociali, specie nel fine-settimana), rapporti sessuali precoci e a rischio. La base comune di questi comportamenti è l’impulso incontrollato che spesso è accompagnato da una forte tensione emotiva, che risulta sganciata dal pensiero riflessivo».

I giocatori compulsivi possono essere affetti da polidipendenze?

«Non esiste un profilo di personalità uniforme per i polidipendenti, certo è che alcuni tratti caratteriali riscontrati nei giocatori compulsivi, si ritrovano in altre forme di dipendenza come per esempio la mancanza di autocontrollo, la bassa autostima e il bisogno di sentirsi al di sopra delle regole sociali o dettate dagli altri. Tuttavia il gioco d’azzardo si può manifestare anche come patologia isolata, non correlata ad altra difficoltà nella gestione degli impulsi».

Quali terapie sono adottate per affrontare questo problema?

«Essendo ormai una patologia emergente e una condizione di allarme sociale, sono molteplici le terapie studiate per i giocatori d’azzardo. È chiaro che una prima fase può coincidere con una messa in sicurezza del soggetto, con l’impossibilità di accedere al gioco. Questo è chiaramente solo un intervento di desensibilizzazione.

Parallelamente devono essere attuate terapie individuali a indirizzo cognitivo comportamentale al fine di costruire nel soggetto la capacità di considerare gratificanti esperienze che non rientrano nel cattivo controllo degli impulsi. Utili risultano gli interventi di gruppo guidati, con lo scopo di insegnare a questi soggetti strategie di gestione delle situazioni e degli stati d’animo a rischio di condotte patologiche. Infine i giocatori possono trarre giovamento da gruppi di auto aiuto, perché condividere la propria esperienza la rende più gestibile e superabile».

Dove

I Giocatori anonimi a Firenze: Gruppo Novoli, via Mario Morosi 38, lunedì dalle 21 alle 22.30; Gruppo Piagge, via Liguria 11, dalle 21 alle 22.30; Gruppo Gavinana, via Carlo Marsuppini 9, dalle 21 alle 22.30. Info: 3382166566.