Pubblichiamo due racconti fra quelli arrivati per il progetto Arno 2016

"Pescatori" di Dino Guerrini

Concorso

Arno: bei ricordi

Gianna Orsoni

Quando ero piccola, negli anni ’50, l’Arno lo chiamavamo “il mare dei poveri” perché al mare, quello vero, ci andavano in vacanza solo le persone benestanti di Figline Valdarno. Così, nelle sere d’estate era consuetudine, per i più, recarsi al fiume per fare il bagno e poi cenare.

C’era mezzo paese sulle rive dell’Arno a quei tempi! Noi bambini si partiva a piedi nel primo pomeriggio accompagnati dalle nonne che, spesso, prendevano a noleggio dei carrettini di legno e vi trasportavano i panni da lavare. Per fare il bucato sceglievano i punti dove i borri si congiungevano all’Arno perché lì l’acqua era più limpida e vi si trovavano le grosse pietre che servivano allo scopo. Nel frattempo noi bambini giocavamo fino all’ora della merenda a base di pan con l’olio.

Verso il tramonto, quando il paesaggio si addolciva con mille sfumature di rosa e l’acqua era più calda, si faceva il tanto desiderato bagno e allora l’Arno era un echeggiare di grida, risate, canti, il tutto accompagnato dalle rondini che si univano a questi rumori garrendo all’impazzata e sfiorando veloci l’acqua del fiume.

Poi arrivavano i nostri genitori che, terminato il lavoro, ci raggiungevano per cenare con noi e portavano il cibo appoggiando sulle biciclette i tegami (con baccalà e fagioli) e le borse con tovaglie e stoviglie. Si mangiava allegramente sulla riva del fiume con parenti, amici e vicini di casa ed era bello ascoltare gli aneddoti, le cronache e i pettegolezzi di paese con in sottofondo il suono dell’acqua che scorreva.

La notte giungeva presto portando con sé il concerto dei ranocchi e dei grilli ma portava anche lo spettacolo meraviglioso di migliaia di lucciole che sembravano stelle del cielo cadute per illuminare i campi di grano vicino agli argini e l’Arno stesso. Le catturavamo, noi bambini, le lucciole e le chiudevamo nei fazzoletti di cotone così da creare l’effetto di tante lampadine accese che accompagnavano il ritorno a casa.

Lasciavamo il fiume come una carovana di pionieri formata da carretti, biciclette, adulti e bambini addormentati. Così ho trascorso tante belle estati della mia infanzia sulle rive del nostro amato fiume. A cena non ci vado più ma una bella passeggiata lungo il fiume è per me consuetudine giornaliera; il rumore del traffico, purtroppo, copre quello dell’acqua che scorre ma se guardo l’Arno, i bei ricordi riaffiorano e sono un toccasana per l’anima!

Riflessioni sull’Arno

Lorenza Vaselli

Sono le 7.20 del mattino, come al solito, prendo la mia auto e vado verso Arezzo. Alle 8 comincio a lavorare. Sono assorta nella guida, al mattino c’è molto traffico, abbiamo tutti fretta. Abito a Subbiano, così devo attraversare due ponti sopra l’Arno. Quando oltrepasso il primo, la mia attenzione è attratta per un attimo dal fiume, oggi è veramente turbolento, già, ieri ha piovuto. Qui da noi, il letto del fiume è molto profondo e tortuoso, affascinante direi, ed è così fino alla diga.

È incredibile quanto siano veloci i pensieri e quanti ne possa fare una persona in pochi secondi! Così, in quell’istante, mi sono ricordata di quando circa venti anni fa, traslocai da Arezzo (dove ero nata e cresciuta) in questo paese a me sconosciuto. All’inizio è stato un vero trauma, non mi ambientavo, poi, camminando nel paese, percorrendo i vicoli antichi intorno alla torre longobarda e su fino alla vecchia chiesa, scorgevo il fiume. La sua vista era rasserenante, il suo rumore come una voce amica che riusciva in qualche modo a darmi gioia e coraggio. È proprio vero, la natura ha una forza straordinaria, un magnetismo al quale non possiamo sottrarci.

Fu così che questo paese mi piacque. Cominciai allora a fare passeggiate bellissime lungo i suoi argini, in bici e a piedi. In un’altra occasione, l’Arno mi ha aiutato: quest’estate, ho avuto dei problemi di salute che mi hanno costretta a casa per mesi, così, nel lungo recupero mi recavo a fisioterapia, per poi concludere il mio percorso sopra il ponte che congiunge Subbiano con Capolona stazione.

Lì c’è una vista bellissima, a destra, il borgo antico e la chiesa vecchia, Capolona invece è a sinistra. Due paesi nati divisi dal fiume ma uniti da esso. Da qui, si può scorgere il sasso alla Reina (cosi è chiamato in dialetto), uno scoglio dove si può salire per sentirsi tutt’uno con l’Arno e dove, a volte, le fanciulle si fermano a sognare.

Guardare le sue acque, che d’estate cambiano colore fino ad alternare sfumature di verdi indescrivibili, è stato per me benefico quanto le cure alle quali dovevo sottopormi. Quando guardavo lo scorrere dell’Arno sotto di me, provavo una sensazione di pace e armonia, di tranquillità e perfezione, completata dalla numerosa fauna che mi divertivo ad osservare. Arno, fonte di vita, ha invogliato da sempre le popolazioni antiche a stabilirvisi. Dobbiamo ricordarci quanto è importante il fiume, dobbiamo proteggerlo e valorizzarlo. Ora è tardi, una giornata di lavoro mi aspetta!


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