Pubblichiamo altri due racconti fra quelli arrivati per il progetto Arno 2016

Foto D. Tartaglia

Concorso

Badia a Settimo (Scandicci)

Non ditelo a nessuno…

Carmelina Rotundo

Guido, che faceva traghettare le persone, gli animali, le cose, da una riva all’altra dell’Arno, non si ricordava più quando aveva iniziato.

Tanti, tanti anni fa, quando il fiume era un nastro d’argento, quando gli orti intorno erano molto più curati, quando Carlo il suo amico più caro amava gridargli: «Dai, dai sbrigati a tornar indietro, c’è una folla che vuol traghettare!». Quando, anche allo spuntare della luna, era bello stare lì sulla sponda, quando la vita, la sua, degli altri, passava su quella zattera.

Oggi Guido però stava quasi sonnecchiando, non c’era stato alcun movimento. «Belli quei tempi, la gente faceva la fila... Tempi d’oro!» Ma un vocìo spensierato lo risveglia dal torpore, Guido si stropiccia gli occhi lentamente, non può essere vero, è sicuramente solo un sogno, eppure stanno proprio avanzando e hanno intenzione di traghettare: vogliono andare a Badia a Settimo.

Roberta, col gruppo più numeroso di bambini, è la prima a salire, sta spiegando ancora di quando lei era bambina, che Guido li invita tutti a scendere. Eh sì, lui è proprio veloce e non permette a nessuno d’indugiare sulla zattera. Maria ed io, Carmelina, seguiamo con il resto della classe

Mentre passiamo, guardo di nuovo l’Arno, non è più d’argento, eppure il paesaggio intorno riesce ancora a richiamare alla memoria il tempo degli orti più ordinati. Una nebbiolina appena in trasparenza e, voltate le spalle al fiume, ci incamminiamo lungo la strada anch’essa nastro d’argento, sebbene d’asfalto. Il cimitero piccolo, raccolto, le chiomone dei cipressi si stagliano scure contro il cielo chiaro, chiarissimo. Le chiacchiere, le voci, le domande e le risposte, tante in quei cinque minuti prima di arrivare a Badia.

Don Furno Checchi, 76 anni portati splendidamente, è lì ad accoglierci di fronte al piazzale illuminato dal sole. È quasi caldo, anche se intorno gli alberi spogli e la leggera nebbiolina ci ricordano che siamo a febbraio. Indietro, ancora più indietro, la macchina del tempo ci trasporta tutti, sulla voce del padre Checchi vestito di una lunga tonaca nera. Lui non saprebbe più staccarsi dalla sua Badia, la storia di quel luogo gli è rimasta addosso, è parte di lui, della sua vita.

Nessuno di coloro che si avvicinano alla Badia la può dimenticare, e nessuno potrebbe raccontare perché: storia e mistero s’incontrano qui e ti toccano lievi il cuore.


Pisa

Una storia complicata

Luigi Cuniglio

La casa si trovava sulla via Fiorentina, alla periferia di Pisa. Era una delle case di tipo popolare costruite dopo la guerra e abitate dalla “classe operaia” dell’epoca. Di fianco una stradina tutt’oggi esistente portava all’argine dell’Arno. Sul retro l’argine, appunto, e quindi la golena e il grande fiume. Io avevo sedici anni, cosa che negli anni ’60 significava essere molto più vicini alla fanciullezza che all’età adulta.

Vivevo al primo piano, che dava sulla strada. Al terzo piano abitava “la sposina”, cioè Polina, nome russo, quindi di chiara famiglia proletaria. Credo la chiamassero “la sposina” perché era giovane, sposata da pochi anni e aveva i lineamenti delicati e minuti, ma molto graziosi. Il marito, di poco più grande, era una brava persona, tranquillo. Purtroppo affetto da una patologia che all’epoca non capivo. Questa malattia era progressiva e terribile, una sorta di SLA che avrebbe portato al blocco della muscolatura e alla morte.

Polina era molto servizievole con lui e si dimostrava sempre sorridente verso gli altri, ma io leggevo nei suoi occhi tanta tristezza, quella di chi è in credito col destino, di chi invece di vivere gli anni più belli della sua vita, ha la morte nel cuore.

Il tempo passava, le condizioni di salute del marito si deterioravano. Spesso salivo al terzo piano da Polina, mi affacciavo al balcone e guardavo il fiume. Polina mi attraeva in quell’età di mezzo tra adolescenza e maturità, e spesso la spiavo mentre preparava il caffè o attendeva alle faccende di casa. Aveva gli occhi di chi custodisce un segreto.

E il segreto in realtà c’era. Polina fu scoperta accompagnarsi con un uomo con cui si appartava nel canneto lungo l’Arno, all’altezza delle Piagge. I giudizi della gente furono impietosi. Il perbenismo è sempre dietro l’angolo, quando le persone non possono più dare il cattivo esempio.

Io non la giudicai, perché una giovane donna alla quale la vita ha negato tutto non può essere giudicata per una debolezza, un bisogno. Mi viene in mente La canzone di Marinella di De André. Allora i fiordalisi videro con gli occhi delle stelle fremere al vento e ai baci la sua pelle. Qui furono le canne del fiume a custodire il loro segreto. Ma la capivo. Forse in cuor mio in riva d’Arno sognavo di essere io con lei.

Era una storia complicata che si concluse con la morte del marito e il trasferimento di Polina, mai perdonata dalla gente.

Ancora oggi, dopo 50 anni, la comprendo e non la giudico.


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