Non solo mammouth, iene e tigri, ma anche reperti archeologici. Divulgazione per tutti

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Luglio-Agosto 2016    |    Pag. 41

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Una sala del Museo paleontologico di Montevarchi - Foto R. Gatteschi

Montevarchi

In principio era un lago. Quella vasta vallata circoscritta a nord dal Pratomagno e a sud dai monti del Chianti, dove scorre il “fiumicel che nasce in Falterona”, come scrive Dante riferendosi all’Arno, circa tre milioni di anni fa era un vasto bacino di acqua dolce, con la cornice di grandi foreste di sequoia popolate dai progenitori degli elefanti – i Mammuthus meridionalis, pesanti oltre dieci tonnellate – ma anche da iene giganti o da tigri dai “denti a sciabola”.

Intorno ai duecentomila anni fa, fece la sua comparsa anche il predatore più feroce, l’uomo. Un uomo che già usava l’intelletto e non solo la forza delle mani. Così inventò, fra l’altro, l’arco. E proprio qui, in località Campitello, nei pressi di Bucine, accanto allo scheletro di un’elefantessa, ecco tre punte di freccia in pietra lavorata, nel cui incavo, dove si appoggiava l’asta, sono stati rintracciati i resti di un mastice ricavato dalla resina di betulla.

Questo, e molto altro ancora, si può imparare al Museo paleontologico di Montevarchi, che raccoglie e conserva fossili e reperti animali e vegetali risalenti a epoche remotissime. È gestito dall’Accademia valdarnese del Poggio, il cui nome deriva dall’umanista del XV secolo Poggio Bracciolini.

Comprende anche la Biblioteca poggiana, formata da due nuclei separati: quello dei fondi storici - che conserva, tra i suoi diecimila volumi, una rara edizione manoscritta del Decamerone di Giovanni Boccaccio – e la parte moderna dove il visitatore può trovare testi con particolare attenzione al territorio valdarnese, le numerose riviste alle quali l’Accademia è abbonata e i fondi generali che raccolgono le pubblicazioni più recenti di àmbito letterario e saggistico.

«Da qualche mese - dice la giovane direttrice del complesso museale, Elena Facchino - abbiamo aggiunto due nuove sale archeologiche. Una è dedicata ad Alvaro Tracchi, valdarnese, vissuto nel secolo scorso, appassionato ricercatore di reperti di epoca etrusca e romana; è stato lui a scoprire, fra l’altro, il sito di Cetamura, nel comune di Cavriglia: un santuario etrusco risalente al III-I sec. a.C.».

Nelle due sale si trovano anche numerosi manufatti etruschi e romani di varie epoche recuperati nel territorio viterbese; fra questi una moneta in bronzo di epoca romana imperiale del peso di quasi 230 grammi, raffigurante sul dritto Giano bifronte e sul rovescio una prora di nave, una kelebe funeraria risalente al IV-III secolo a.C. e altro materiale ceramico.

«Ma le funzioni del nostro complesso museale non si esauriscono nel conservare ed esporre quello che ci è stato consegnato dai nostri predecessori - continua la direttrice -. Il nostro obiettivo principale è mettere a disposizione di chiunque sia interessato tutto quel patrimonio storico e culturale accumulato nel corso dei due secoli di vita – vedi i reperti paleontologici, gli erbari di Jacob Corinaldi e dell’Orsini, le opere d’arte dello scultore Pietro Guerri, oppure la corposa collezione di dischi in vinile del musicologo valdarnese Ottavio Matteini, scomparso di recente».

Nei locali dell’ex convento francescano c’è posto anche per un laboratorio di restauro, dov’è possibile, grazie a strumenti sofisticati e con l’aiuto di tecnologie avanzate, mettere mano in loco - evitando dunque dannosi spostamenti - su quei reperti di origine plurimillenaria che hanno bisogno di interventi conservativi o di mantenimento. Si organizzano anche programmi didattici rivolti ai bambini delle scuole primarie e, nel mese di luglio, sono previsti alcuni corsi finalizzati allo sviluppo della manualità e alla conoscenza dei materiali.

«In definitiva - conclude la direttrice - ciò che a me piace definire come missione educativa è quella di stimolare nei più giovani l’amore per il loro territorio in modo che, una volta adulti, abbiano maturato quel senso di appartenenza che li rende consapevoli e responsabili del grande patrimonio che dovranno a loro volta gestire».

Per la cronaca, giovedì 7 luglio il museo organizza un incontro/gioco per i piccoli sui dieci anni dal titolo “Il mestiere del primitivo” durante il quale si insegnerà come si accende un fuoco o come si costruisce una freccia; sabato 9 il museo aprirà eccezionalmente dalle 21 alle 23, per contribuire all’ormai consolidata tradizione della “Notte bianca” che impegna molti musei e istituzioni toscane.

tel. 055981227, www.accademiadelpoggio.it

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