Allevamenti ovini: un futuro difficile nella nostra regione

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Aprile 2012    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

(Foto di C. Valentini)

La pastorizia, almeno in Toscana, sta attraversando un periodo di serie difficoltà. Quel che rende la situazione davvero preoccupante è che, almeno per l'immediato futuro, non si intravedono spiragli che invitino all'ottimismo. Il prezzo del latte, ingiustamente troppo basso, è uno dei problemi principali, e se ne porta dietro altri: per esempio, il ricambio generazionale e l'abbandono delle terre.
Del resto chi è quel giovane disposto a vivere in aperta campagna ben sapendo che l'impegno deve essere costante - non esistono domeniche né feste comandate - e altrettanto ben sapendo che fra spese e ricavi molto spesso il totale è di segno negativo.


Quanto al problema
dell'abbandono delle terre, si tratta di un fenomeno di cui poco si parla, dunque sottovalutato, ma che nel lungo percorso può provocare danni irreversibili. Perché sono incalcolabili i benefici effetti che un gregge può produrre su un territorio, con il suo incessante e continuo brucare: mantiene puliti gli argini dei fossi, contiene le siepi, permette il libero fluire delle acque, con le sue deiezioni arricchisce il terreno. Insomma contribuisce in maniera determinante al buon equilibrio idro-geologico di un territorio. Basterebbe compiere una ricognizione in una zona campestre abbandonata da anni dall'uomo e dai suoi animali per rendersi conto di quali e quanto gravi possono essere le conseguenze.

La transumanza
Altri dati parlano chiaro. Se attualmente sono circa mille le aziende pastorizie che operano in Toscana, basta riandare con la memoria agli anni ‘60 o ‘70 per vedere quel numero quasi raddoppiato. Entrando ancor più nei dettagli, ci accorgiamo che gli agricoltori toscani impegnati nella pastorizia sono in numero davvero esiguo. Il nostro posto è stato preso, nel 90 per cento dei casi, da pastori sardi. Intere famiglie che si sono trasferite nel continente - principalmente sulle colline delle province di Siena e di Grosseto - e qui hanno introdotto la loro secolare esperienza di allevatori. Portando certo nuova linfa in un settore asfittico ma, ogni medaglia ha il suo rovescio, contribuendo nello stesso tempo a decretare la morte di alcune pratiche che nel corso dei secoli (forse dei millenni) avevano fatto la storia della pastorizia. Una di queste è la transumanza.

Ormai è solo un ricordo che rimane nella memoria di pochissimi anziani dell'alto Mugello o dell'Appennino pistoiese, quello del gregge formato da centinaia di capi che si metteva in cammino, magari in una nebbiosa mattina d'autunno, e che in un paio di settimane raggiungeva la più calda Maremma. Ogni giorno era un'avventura, perché si dovevano attraversare territori sconosciuti, ci si doveva preoccupare di conferire il latte e il formaggio che quotidianamente veniva prodotto, bisognava trovare, ogni sera, un riparo non solo per le pecore ma anche per gli stessi pastori e i loro cani.
Già, i cani; una presenza fondamentale nell'organizzazione pastorale arcaica. Ne bastavano due o tre ben addestrati per mantenere compatto il gregge, evitando che qualche capo si smarrisse o prendesse altre direzioni. Oggi la funzione del cane è diversa perché non ha più il compito di controllare il gregge, dal momento che questo pascola in un territorio ben delimitato e circoscritto; casomai serve a proteggere le pecore da eventuali attacchi di animali selvatici. Perché la presenza del lupo, animale fino a qualche anno fa in via di estinzione e oggi invece specie protetta, si fa sempre più massiccia, specialmente sulle pendici appenniniche, e crea non pochi grattacapi agli allevatori. Un altro nemico del pastore è costituito dai cinghiali che nottetempo entrano nelle coltivazioni e praticamente "arano" il terreno alla ricerca di cibo. E dove passa il cinghiale rimane terra bruciata.

Dalla Sardegna a Volterra
L'azienda di Bartolomeo Carta copre un territorio di oltre 150 ettari che si estendono su quelle dolci e rotonde colline che digradano da Volterra fino alla vallata del fiume Cecina. Con un gregge di circa 450 pecore può essere considerato un allevatore di media grandezza.
«Devo tutto a mio padre - dice Bartolomeo - che negli Anni '50 lasciò la natia Sardegna per andarsene in Olanda a lavorare in miniera. Dopo cinque anni aveva raggranellato un gruzzoletto che gli permise di comprare questo terreno e di far venire direttamente dalla Sardegna un buon gregge con il quale iniziò questa attività che adesso - lui in pensione - è nelle mie mani».


Non manca niente nell'azienda di Bartolomeo, dagli ampi capannoni per ospitare le pecore sia di notte sia nei periodi di maltempo, ai silos per conservare il fieno e la paglia, dai trattori agli attrezzi di ultima generazione. Il cuore dell'azienda è costituito dal locale dove si mungono le pecore e dove si conserva il latte fino a quando viene conferito - ogni due giorni - alla ditta che provvederà a trasformarlo in formaggio. La mungitrice è una macchina piuttosto complessa in grado di mungere 24 pecore contemporaneamente. Il latte viene immediatamente filtrato e immesso in un contenitore di acciaio inossidabile ben isolato da qualsiasi possibile contaminazione.

La pecora e l'agnello
La mungitura avviene due volte al giorno, alle quattro del mattino e alla stessa ora del pomeriggio.
«E guai a ritardare anche solo di qualche ora - interviene Bartolomeo -. Le pecore nascondono sotto il loro aspetto rude una natura fragile, e cambiare le loro abitudini può essere pericoloso in termini di produzione del latte».
In un altro capannone stazionano le capre che hanno figliato da pochi giorni e che non vengono munte dovendo provvedere al sostentamento dei loro piccoli. La casuale e inaspettata opportunità di assistere alla nascita di un agnellino costituisce un'esperienza che non si dimentica facilmente. Bartolomeo ha subito capito che, nel gregge, c'è una pecora che sta per partorire. Allora le si avvicina, la fa adagiare sul pagliericcio e con pochi movimenti ben dosati, le permette in venti secondi di dare alla luce una candida bestiolina. Di fronte agli elogi dei presenti, Bartolomeo si schernisce:
«Non ci si improvvisa pastori da un giorno all'altro. Questo è un mestiere che si tramanda di padre in figlio da generazioni. Ed è un lavoro che non si può fare se non si è animati da una grande passione. Il settore è attualmente in una crisi spaventosa».

Allevamenti
Pecore in crisi
Nel 2004 le aziende pastorizie che operavano nel volterrano erano circa 130 con un numero di pecore intorno ai 30.000 capi. Oggi questi dati sono più che dimezzati: 60 sono le aziende e 12/13.000 le pecore.

Per saperne di più:
Ass. Produttori pastorizia Toscana
Tel: 055334047 - e-mail: cooperativa@pastoriziatoscana.191.it