La liberalizzazione degli orari di vendita comporta un aggravio di costi che si trasferirà sulle fasce più deboli

Scritto da Turiddo Campaini |    Febbraio 2012    |    Pag.

Presidente del consiglio di sorveglianza dell'Unicoop Firenze

I nostri maggiori punti vendita sono aperti fino a 13 ore al giorno, per 78 ore la settimana; una domenica al mese, più altre sette, otto aperture festive: vi sembra poco come servizio al consumatore? La liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali va solo a incrementare un servizio in sé già sufficiente.
Quello che meraviglia, in senso negativo, è che la deregulation degli orari di apertura degli esercizi è vista come emblema delle liberalizzazioni nel nostro Paese. Abbiamo certamente bisogno di rendere più duttili e flessibili le attività economiche e professionali.

Ma la liberalizzazione non è la panacea di tutti i mali: la regola non può essere l'assenza di regole. L'alternativa non può essere fra due opposti: o tutto "liberalizzato", o tutto "compresso". In particolare, la regolamentazione delle aperture deve essere fatta in modo elastico, in modo tale che differenti esigenze territoriali vengano rispettate; ma è necessario stabilire principi chiari: questo è un aspetto su cui devono intervenire le singole Regioni che, più dello Stato, hanno il polso del territorio.

L'assenza di regole comporterà un aumento dei costi di distribuzione, in un momento come questo di diminuzione dei consumi. Certo, fornirà un servizio supplementare, ma i maggiori costi saranno inevitabilmente trasferiti sui prezzi di vendita. Risultato? Gli aggravi andranno a colpire soprattutto coloro, come i pensionati, che non hanno né voglia né soldi per fare la spesa "notturna". E il pericolo è che gli operatori che approfitteranno della liberalizzazione siano anche quelli che fanno un uso più "disinvolto" della forza lavoro.

C'è poi un secondo motivo di dissenso con la politica di liberalizzazione degli orari. Noi sosteniamo da tempo che la crisi di oggi trova le sue radici in un decadimento culturale della nostra società. Per reagire, tutti quanti dobbiamo contribuire ad un recupero di valori. In un momento in cui il reddito disponibile si sta contraendo, proporre una politica di liberalizzazione contribuisce a perpetuare quel consumismo che ci ha portato fin qui.

Finisco con un termine: sobrietà. A questo concetto più volte richiamato anche dal nostro attuale premier, devono però corrispondere comportamenti coerenti. Bisogna ripensare modelli e stili di vita. Questa crisi segna un passaggio epocale: da una fase in cui hanno prevalso i falsi sogni irrealizzabili, ad una in cui finalmente prevalga la concretezza e la realizzabilità di un nuovo stile di vita collettivo.

(Illustrazione a cura di Lido Contemori)