Il mercato che cambia e mette in crisi l’Europa

Scritto da Bruno Santini |    Febbraio 2015    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

Prosegue l’iniziativa “Incontri con la città. Leggere il presente per comprendere il futuro”, organizzata dall’Ateneo fiorentino, e ospitata nell’aula magna del rettorato (piazza San Marco 4). Domenica 8 febbraio (alle ore 10.30, a ingresso libero) in programma Oltre la globalizzazione. Europa periferia del mondo?, relatore Francesco Dini, professore associato di Geografia economico-politica.

Al docente Dini chiediamo se la domanda sia solo una provocazione o sia invece la triste constatazione dei fatti.

«Un po’ è una provocazione, perché l’Europa, attraverso i meccanismi del mercato e non solo, ha accumulato ricchezza da ogni altra parte del mondo per quasi mezzo millennio, e quindi è una terra molto ricca. Ricca non solo di redditi e patrimoni, ma anche di capitale sociale, di scuole, di ospedali, di servizi, di infrastrutture, di tecnologia. Quindi è destinata a restare benestante ancora a lungo.

Ma per un altro verso, non è una provocazione, perché da molto tempo l’Europa ha perso la sua condizione di centralità. Alcuni eventi, come ad esempio la “guerra fredda”, hanno mascherato questa marginalizzazione, specie dal punto di vista economico. Ma con l’avvento della globalizzazione, che guarda caso coincide con la chiusura della “guerra fredda”, questa marginalizzazione è diventata molto visibile, ed è un processo storico non facile da arginare».

Per assurdo un europeo ibernato 50/60 anni fa e riportato in vita adesso, a quali e quanti sconvolgimenti sarebbe sottoposto?

L’intervistato: Francesco Dini, professore associato di Geografia economico-politica

«Mah, con ogni probabilità si sarebbe addormentato operaio (o comunque occupato nell’industria, visto che negli anni ’60 vi lavorava la metà degli europei) e si sveglierebbe con un lavoro differente, perché ora nell’industria, lavora solo un europeo su dieci o poco più. Probabilmente si sarebbe addormentato con in tasca la tessera di un partito che al risveglio non esiste più.

Questo è vero specialmente in Italia, ma anche nella maggior parte degli altri Paesi europei. E soprattutto si troverebbe, nella vita quotidiana, a utilizzare tecnologie diverse. E la grande differenza non sta in questo: è ovvio che dopo 50 anni le tecnologie sono cambiate. La differenza è che, prima di addormentarsi usava tecnologie prodotte a casa sua, nel nostro ragionamento prodotte in Italia o in Europa. Al risveglio si troverebbe a dover utilizzare tecnologie prodotte in altri Paesi. Ideate, progettate e realizzate altrove. Che vengono vendute ovunque ma che creano, appunto, ricchezza altrove».

In questa situazione come si colloca la Toscana?

«La Toscana ha sperimentato negli ultimi 30 anni le medesime difficoltà e i medesimi processi di mutamento delle altre regioni europee occidentali: l’impatto di innovazioni tecnologiche radicali, l’apertura dei propri mercati, la disindustrializzazione tendenziale, la necessità di elaborare nuove specializzazioni in un quadro competitivo per nulla semplice. In poche parole si potrebbe dire che ha pagato un prezzo importante alla globalizzazione, come la gran parte delle regioni europee e la totalità delle regioni italiane».

Che soluzioni si possono (e si dovrebbero!) adottare per uscire da questa situazione o almeno per non aggravarla?

«A proposito dell’Europa, sono diverse le opinioni e le ricette. Chi vorrebbe ulteriori e forti cessioni di sovranità nazionale da parte dei Paesi membri, e chi invece dice che l’Europa è una sciagura. Chi è disposto a sopportare politiche monetarie e fiscali molto restrittive per salvaguardare la moneta unica e chi vorrebbe tornare alle vecchie monete. Non che queste cose, molto diverse, siano in sé giuste o sbagliate; portano solo a futuri molto diversi. Dovremmo metterci d’accordo su quale “domani’ desideriamo, e una volta scelto quello, allora diventa facile capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, cioè cosa si deve fare e cosa invece no per raggiungerlo».

Info: www.unifi.it/incontri

Dalle migrazioni alla globalizzazione - Da Rai Scuola – durata 7’