Marco Vichi racconta la sua esperienza di scrittore e, ora, di piccolo produttore di olio

Scritto da Sara Barbanera |    Gennaio 2012    |    Pag.

Laureata in Scienze della comunicazione presso l'Università La Sapienza di Roma nel 2001, nel 2016 consegue la laurea in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale presso l'Università degli studi di Firenze.

È giornalista dal 2001, dopo la collaborazione con la cronaca umbra del Messaggero e con altri periodici locali.

Dal 2004 lavora in Unicoop Firenze dove, per 5 anni, ha svolto attività in vari punti di vendita, con un percorso di formazione da addetta casse a capo reparto servizio al cliente. Dal 2009 al 2011 ha coordinato le sezioni soci Coop di Firenze.

Dal giugno 2011 è direttore responsabile dell'Informatore Unicoop Firenze, responsabile della trasmissione Informacoop e della comunicazione digitale presso gli spazi soci Coop.

In fondo Marco Vichi (a destra nella foto di Claudia Paoli) è "un tipo tranquillo" (dal titolo di un suo libro...), che non ha mai sgomitato per la fama e che sulle colline di Impruneta produce un olio ottimo: il 2011 è anno di olive molto piccole, dalla resa non troppo generosa, che non scoraggia però i clic di prenotazione sul suo sito web.
È lì, in quella casa di campagna, comprata nel '58, che lo scrittore incontra i suoi personaggi: «La terra - racconta Vichi - ce l'ho da sempre: era la casa di campagna di mio padre, comprata quando tutti fuggivano dalla campagna. Lui, invece, voleva olio e vino suoi... e in primavera andavamo lì. Due anni fa il contadino che gestiva la terra mi ha lasciato le consegne: mi sono trovato di fronte alla natura; ora vivo lì e, no... non tornerò in città».


Il cassetto dei suoi manoscritti contiene molto più dei soli gialli: dalle sponde dell'Arno, si spinge nella commedia umana, vissuta in riva alla Senna (Per nessun motivo, 2008), come pure in una ditta di imballaggi di Scandicci (Un tipo tranquillo, 2010). L'universo di Vichi è popolato di un'umanità irrequieta, in cerca dei piccoli e grandi perché dell'esistenza. Il mistero prende le facce di giovani, laureati o scrittori, un po' precari e in cerca di fama (come ne L'inquilino, 1999, e in Nero di Luna, 2007); o si traveste con le maschere di donne che si susseguono senza tregua nelle notti incerte di qualche personaggio (Donne donne, 2000).

I suoi lavori stupiscono per quantità e varietà di temi e generi: dal giallo alla raccolta di racconti; dalle opere più particolari, come i cofanetti libro e cd in cui i testi si fanno musica, fino a Morto due volte, dove il commissario Bordelli diventa fumetto.
Il filo rosso che unisce il tutto, ci spiega Vichi, è la narrazione: raccontare, e ancora raccontare, per comprendere e illuminare gli angoli bui dell'esistenza.

Come è diventato scrittore?
«Ho cercato di scrivere per la prima volta dopo aver letto un romanzo. L'emozione, fortissima, mi ha spinto a scrivere: è stato un istinto spontaneo che da lì in poi mi ha sempre accompagnato. Con la scrittura giocavo e mi liberavo, ma scrivevo di nascosto, quasi con vergogna e paura di fallire. In realtà non ho mai pensato di voler sfondare come scrittore; per 19 anni ho sempre scritto, ma senza pubblicare. Non ci pensavo nemmeno più e proprio allora fui contattato per il mio primo libro. Scrivere è donare una storia agli altri, emozionandoli. Un'emozione che va dal puro divertimento alla riflessione profonda. Perché la metà del valore di un libro è dello scrittore, l'altra metà del lettore, che si specchia nella storia, emozionandosi a modo suo».

Come nasce un personaggio?
«Io non invento, ma scopro le storie, questa è la mia sensazione. Non si crea un personaggio, c'è già; e strada facendo, mi trovo davanti dialoghi e tracce. Le mie storie cercano di pescare nel profondo dell'essere umano e del suo animo. Ecco perché il lettore s'identifica, partecipa e si emoziona».

Come mai si è rivolto principalmente al genere giallo?
«Parrà forse paradossale, ma non amo i gialli, non mi piace leggerli e nemmeno so scriverli. Il giallo è un pretesto per raccontare l'umanità: mi piace il romanzo di contrasti umani, di sentimenti e atmosfere. Quello che mi interessa narrare è l'uomo».

Veniamo al suo ultimo libro...
«I romanzi sul commissario Bordelli non sono descrittivi: piuttosto ricostruiscono l'eco di un'epoca, cronologicamente vicina, ma infinitamente lontana, che va dal ‘64 al ‘66. Il nuovo libro, La forza del destino, si svolge nel '67».

Qual è il rapporto fra uomini e donne nei suoi romanzi?
«Quando racconto, mi piace ironizzare sulla goffaggine degli uomini che mascherano la loro fragilità di fronte alle donne. La donna è forte e non ha bisogno di ostentare valore né di nascondere le sue debolezze. L'uomo rimane schiacciato da un infantilismo che si esprime in dinamiche distruttive, mentre la donna vive il suo lato infantile gioiosamente, sperimentando ed esplorando territori nuovi. Tra gli anni del commissario Bordelli e oggi c'è il '68, una frattura, certo: ma oltre al linguaggio e al "politicamente corretto", nei fatti c'è molto da fare. Dentro di sé "il maschio" non è cambiato; anzi, è ancora più impaurito, perché vede l'autonomia della donna come una perdita, anziché come un grande guadagno. L'Italia è perdente nel confronto con l'estero, dove donne e uomini si rapportano in modo diverso, e la parità è più effettiva. Basta pensare che in Tunisia il divorzio è stato introdotto nel '56, quasi venti anni prima che in Italia: questo la dice lunga».

Marco Vichi - La forza del destino
Guanda - € 18,50