Rinnovate le sale del Sud America al Museo di antropologia di Firenze

Scritto da Silvia Amodio |    Ottobre 2014    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Gloria Rosselli, Guido Chelazzi, Monica Zavattaro, Luca Cataldo - Foto S. Amodio

Nuova vita per il Museo di antropologia di Firenze, un luogo affascinante apprezzato dai turisti ma ancora poco conosciuto dai fiorentini.

Voluto dal medico e antropologo Paolo Mantegazza nel 1869, con lo scopo di rappresentare le diversità umane, trova la sua collocazione definitiva tra il 1922 e il 1934 presso il Palazzo Nonfinito, in via del Proconsolo, a due passi da piazza Duomo.

La collezione ospita oltre 10.000 oggetti che raccontano gli usi e i costumi dei popoli. Un patrimonio che il mondo intero ci invidia e di cui è ben consapevole il presidente Guido Chelazzi che ha deciso di iniziare un processo di rinnovamento a partire dalle sale del Sud America. Una nuova impostazione che verrà con il tempo estesa a tutto il museo.

Foto S. Bambi

Lo scopo di questa operazione è di conservare lo spirito e il sapore di un tempo, ma di rendere più moderna la disposizione del prezioso materiale per creare un percorso didattico e culturale, soprattutto per i ragazzi. Per questa ragione i testi scritti saranno pochi in favore di suggestioni e mappe esplicative per rendere la visita emozionante e coinvolgente.

A questo proposito è bene ricordare le persone che con passione, nonostante le tante difficoltà burocratiche e amministrative che caratterizzano queste strutture e questo periodo storico, lavorano dietro le quinte. Molti allestimenti sono creati dall’estro di Cataldo Valente e nati dal confronto quotidiano con le ricercatrici del museo, Gloria Rosselli e Monica Zavattaro.

I cambiamenti non si limitano a una revisione tecnica dell’allestimento, attraverso nuovi materiali e una diversa illuminazione. Vi è un nuovo messaggio che raggiunge il visitatore: l’uomo è cultura nella natura, si origina nella natura e la sua esistenza ha effetti profondi sulla natura. I bellissimi oggetti esposti, accostati a elementi dell’ambiente naturale, parlano di questo intreccio profondo fra cultura e natura che ha segnato la storia delle popolazioni del Sudamerica e dell’intera umanità.

Chelazzi ci ricorda che Homo sapiens nasce come specie 200.000 anni fa in Africa e da lì si è diffuso in tutte le regioni e in tutti gli ecosistemi della Terra, dando vita ad una ricchissima diversità che è al tempo stesso biologica e culturale. 

Il simbolo di questa genesi è una piccola statua africana che ci accoglie all’ingresso e che ritrae una donna, perché, a pensarci bene, l’umanità è donna.

Penne e piume

Foto S. Bambi

Come dicevamo, il primo nuovo allestimento inizia dalla sala del Sud America che, come sottolinea Monica Zavattaro, «espone manufatti di grande valore storico, etnologico e didattico che appartengono a un ampio arco temporale.  Attraverso gli oggetti e la documentazione conservata nel museo, possiamo ripercorrere la storia di diverse concezioni di collezionismo che si sono succedute e scoprire come nella cultura europea le popolazioni native del Sud America siano state immaginate, percepite e rappresentate dal Rinascimento a oggi».

Una parte è dedicata agli yanomami, un piccolo gruppo etnico che vive nelle foreste tra il Venezuela e il Brasile. Questa popolazione, di cui rimangono solo pochi individui, vive a stretto contatto con la natura e ha un profondo legame con l’ecosistema che li circonda. Alcuni antropologi dell’università di Firenze hanno un rapporto attivo con loro ed è proprio grazie a questi scambi che i giovani yanomami riscoprono cose di se stessi e della loro cultura. Perché in fondo tutto il mondo è paese e il dialogo tra anziani e giovani non è facile da nessuna parte, anche nelle foreste.

«Non tutta la popolazione del Sudamerica però è nativa della foresta, per questa ragione è ospitata anche una collezione che riguarda il Perù – prosegue la ricercatrice - qui si hanno testimonianze delle culture preesistenti la Conquista e di alcuni gruppi che sopravvivono nella parte più occidentale della foresta amazzonica.

Dal Brasile invece provengono la maggior parte dei manufatti tipici dei popoli della foresta, primi fra tutti gli ornamenti per il corpo realizzati con le penne  e le piume delle numerosissime specie di uccelli che popolano i cieli amazzonici, oggetti di uso quotidiano, come le armi da caccia, le suppellettili della vita domestica, gli strumenti musicali».

Foto S. Bambi

A completare le suggestioni di questo paese ci sono anche molti animali originari della zona che sono stati presi in prestito dalle vecchie collezioni della Specola, a evidenziare anche un dialogo tra i vari musei fiorentini.

L’uomo moderno ha dimenticato di appartenere alla natura e che la sua stessa identità culturale è passata attraverso il confronto con essa. Che è proprio osservando il volo di un uccello o contemplando un tramonto che si è ispirato per comporre una poesia o per costruire un aeroplano. Questo museo ha anche il compito di riconciliarci con il mondo che ci circonda e di farci ritrovare un’armonia perduta.

Museo Antropologia - Il Museo di Antropologia e Etnologia di Firenze. Dal canale Youtube Storie enogastronomiche – 01.04.14 - durata 7’ 18’’