Storia della porcellana e della manifattura di Doccia

Scritto da Pier Francesco Listri |    Giugno 2011    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

"Venga a prendere un caffè da noi" è frase quotidiana (oltre che titolo di un film). Ma se la tazzina è di porcellana, il piccolo rito è più prezioso ed elegante.
Da millenni la porcellana rappresenta la bellezza fragile e traslucida, tanto preziosa da esser chiamata un tempo "oro bianco": oggetto di doni fra regnanti, oltre a esprimere qualcosa di misterioso e di sacro.

Copiare i cinesi
L'arte della porcellana è appannaggio dell'antica Cina. Fu Marco Polo, nei suoi viaggi dall'Oriente a riportare da noi quei fragili oggetti, carichi di virtù e di leggende. Si favoleggiava allora, per la materia usata, di gusci di conchiglie e di scorze di locuste marine. Si aggiungeva che difendeva dai veleni, in quanto si spaccava se vi erano versati (il che è chimicamente vero) utile protezione dei potenti.
I primi tentativi di creare la porcellana in Occidente imitando quella cinese furono vanto di Firenze, dove il granduca Francesco I, a metà del Cinquecento, riuscì a creare una mezza porcellana, usando quarzo, salnitro, sale marino, allume, polvere di alabastro; il tutto cotto poi in fornace a 1.000 gradi.

Ma la Toscana, patria di grandi ceramiche in quanto ricca di argilla, non disponeva invece delle materie prime necessarie alla porcellana, innanzitutto il caolino, di cui la Cina invece era ricchissima. Buoni giacimenti vi erano in Sassonia e in Baviera, dove infatti fioriranno le celebri porcellane di Meissen.
La vera porcellana italiana, che conquisterà l'Europa, ha una data precisa: il 1737, quando il marchese Carlo Ginori patrizio fiorentino, conte di Urbech, figura di spicco durante la Reggenza lorenese, già senatore e dal 1746 governatore del porto di Livorno, grande esperto di botanica e di scienze naturali (fra l'altro pioniere dell'allevamento delle capre d'Angora e delle bonifiche cecinesi), decise di fondare una manifattura di porcellana "all'uso della China", insediandola nella Villa delle Corti, a Colonnata presso Sesto Fiorentino, prospiciente l'antica villa di Doccia residenza dei Ginori.

Museo di Doccia

Subito Ginori setaccia il Granducato cercando argille bianche e raccogliendone centinaia nell'allora Museo delle Terre. Fra le migliori quelle di Montecarlo di Lucca, dell'Isola d'Elba e quelle del Monte Amiata. Il risultato fu una porcellana grigiastra (fra l'altro quasi il 70% dei pezzi si frantumava al calore delle fornaci) assolutamente inferiore agli esemplari cinesi. Questo almeno finché Lorenzo Ginori, il giovane erede, nel 1760 riuscì a ottenere una porcellana ibrida che al rivestimento trasparente sostituiva uno smalto coprente.

Prima le sculture
Torniamo al marchese Carlo che, innamorato della tradizione, vuole rifare in porcellana capolavori plastici della scultura e dell'oreficeria fiorentina, quasi considerandola un'alternativa al bronzo e al marmo: nascono così riproduzioni a grandezza naturale della Venere dei Medici, del Fauno danzante e di Amore e Psiche. Accanto alle sculture, domina il vasellame che si imporrà da metà del Settecento. Fra gli esemplari più leggendari del tempo la Caffettiera con gioco di bambini e la Cista con coperchio del servizio Marana-Isola, con decori a stampini in blu cobalto. Presto impazzano anche le cosiddette "galanterie" in porcellana, cioè ventagli, pomi di bastoni, soprattutto tabacchiere, allora in grande uso. Oggetti d'uso, ma naturalmente per dimore nobiliari quando non regali, nelle quali l'apparecchiatura delle tavole per i banchetti echeggiava vere architetture di porcellane.
Il primo Ottocento muta i gusti, ed ecco allora nella porcellana lo stile alla pompeiana con figure rosse e nere, su lattiere, zuccheriere e tazze da caffè, in omaggio ai contemporanei scavi partenopei.
La seconda metà dell'Ottocento assiste ad altre innovazioni. Lorenzo Ginori junior (mentre direttore della fabbrica è Paolo Lorenzini, fratello di Collodi) ingigantisce la produzione seriale, ora arricchita dalla decorazione con la cromolitografia: i dipendenti della grande azienda sono passati da 300 a oltre 1.000. È l'epoca, corre il 1873, del favoloso servizio del Khedivé Ismail d'Egitto, ispirato allo stile dei faraoni e, per il re Umberto I (1881), del servizio di piatti da dessert decorati in oro, oggi al Quirinale.

Gruppo in porcellana per esperimenti marini; 1752. Collezione Ginori Lisci

Arrivano i designer
Nel 1896 il milanese Richard, proprietario di un'azienda fin dal 1843, entra nella Ginori: nasce il colosso Società Ceramica Richard Ginori. Le porcellane che ne escono si ispirano ora al modernismo e allo stile liberty. Una stagione d'oro per questa azienda ormai di fama mondiale si ha dal 1923 al '30, quando diventa direttore artistico l'architetto Gio' Ponti che con grande estro rinnova totalmente lo stile e la grafica delle porcellane. Vario ed eclettico, fonde forme modernissime con decori classici d'oro graffito a punta d'agata, con colori festosi e soggetti molto vari: dagli animali selvaggi alle casacche dei fantini. Ne seguirà le sorti dal ‘30 al ‘70 un altro grande designer, Giovanni Gariboldi.
Nel secondo dopoguerra, intanto, la fabbrica di Doccia si trasferisce nella piana di Sesto Fiorentino dove pian piano fioriscono varie aziende ceramiche, tantoché nel 1981 se ne contavano quasi 200.
Più tardi, cioè oggi, anche la produzione delle porcellane segue le migliori mode. Ma mentre si è levata una crociata contro il passato, e si preferiscono oggetti effimeri, con un grave appiattimento culturale, è risorta - per contro - una forte domanda di qualità e di eleganza in oggetti che abbiano forte valore simbolico. La Richard Ginori onora questo impegno.

Maria José di Savoia visita il Museo di Doccia, 1933


Per il fortunato utente di oggi valga infine ricordare che non vi è una sola porcellana. Si distinguono la "porcellana dura" (composta per il 50% dall'argilla bianca, cioè il caolino, che risulta durissima, con pasta bianca traslucida, compatta e brillante) e la "porcellana tenera" (che è quella soprattutto europea e francese detta a basso fuoco, e che permette nella decorazione sfumature elegantissime, quelle degli oggetti di Sèvres). Questa è più fragile dell'altra.
Dunque: "venga a prendere un caffè da noi".