In estate ne sono nate 103, ma il problema dell’inquinamento marino resta

Scritto da Silvia Amodio |    Novembre 2017    |    Pag. 10

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

inquinamento nel mare

Foto L. Terraneo

Isola d’Elba

Un evento straordinario quello avvenuto a Marina di Campo, località a sud dell’isola d’Elba, in una notte di giugno, quando una tartaruga marina (Caretta caretta) ha iniziato a scavare una buca per deporre le uova. Solitamente questa specie fa nascere i suoi piccoli nelle spiagge del bacino del Mediterraneo centro-orientale, principalmente lungo le coste della Grecia, della Turchia e di Cipro, ma anche in Libia, Tunisia, Egitto, Israele, Siria e Libano. «Nel mese di agosto ben 103 tartarughine sono nate vive dalle 118 uova deposte - ci racconta Yuri Tiberto, direttore dell’acquario dell’Elba -. Una percentuale molto alta dovuta anche all’impegno di esperti e volontari che si sono dati da fare per proteggere questo tesoro. L’area, molto frequentata dai bagnanti, è stata subito transennata e il nido messo in sicurezza, offrendo anche la possibilità di informare e sensibilizzare le persone sulla ricchezza e la biodiversità che popolano i nostri mari. Il successo di questa operazione è la conseguenza di una corretta convivenza tra persone a animali. Chissà, forse se la madre avesse deposto le uova in un luogo più appartato un cane avrebbe potuto mangiarle o qualcuno, passeggiando sulla spiaggia, schiacciarle involontariamente».


La zuppa di plastica

«Le tartarughe rispetto agli altri rettili suscitano nelle persone una grande simpatia - prosegue il direttore - diventando dei perfetti testimonial per veicolare messaggi importanti. Per esempio, insistere sull’inquinamento dovuto alla plastica che ormai si è diffusa in tutti i mari». Un argomento, questo della plastica, che è oggetto di una campagna portata avanti da Unicoop Firenze e Legambiente. E che sta particolarmente a cuore a Luca Mercalli, divulgatore scientifico, presidente della Società meteorologica italiana, la più antica associazione in questo settore, fondata nel 1865.

«Tartarughe, pesci e altri animali marini - spiega Mercalli - sono vittime della plastica, che ingoiano confondendola con il cibo. Si tratta di un danno evidente e visibile, ma ne esiste un altro più subdolo e meno visibile, quello causato dalla microplastica. I sacchetti, i bicchieri, le bottiglie esposti al sole e al movimento delle onde, nel tempo si frantumano fino a formare piccole particelle non biodegradabili che si disperdono in grandissima quantità nei nostri mari. I ricercatori l’hanno denominata plastic soup (zuppa di plastica), un termine inquietante che purtroppo rende l’idea. La plastica che arriva nei mari, ma anche nei fiumi e nei terreni, si somma alla plastica precedentemente dispersa. È un materiale molto resistente e non c’è modo di smaltirla, ci vogliono centinaia di anni prima che si degradi. Per limitare il danno bisogna trovare soluzioni per produrne di meno, ridurne l’uso e, soprattutto, far capire che ogni singolo individuo deve fare la sua parte. La microplastica viene assorbita dall’organismo degli abitanti dei mari, entra nel sangue, nelle cellule, portandosi dietro additivi chimici, coloranti e altre sostanze dannose che arrivano di conseguenza anche sulle nostre tavole, facendoci ammalare».

Luca Mercalli, con il suo stile chiaro e schietto, ci fa riflettere sul peso che hanno i nostri comportamenti quotidiani. «Avete mai pensato, per esempio - continua il meteorologo -, alle gomme delle automobili che si consumano sull’asfalto? Miliardi di vetture, ogni giorno, rilasciano nell’aria microplastica, che respiriamo e che viene trasportata in giro, finendo nei fiumi e poi in mare. Quando facciamo una lavatrice con indumenti sintetici, per esempio di pile, questi rilasciano micro pelucchi non biodegradabili che, pure loro, attraverso le fognature arrivano nei mari e che alla fine qualcuno si mangia. La plastica è stata inventata solo 50 anni fa e in così poco tempo ha creato danni ambientali gravissimi. Dobbiamo assolutamente correre ai ripari, altrimenti ai nostri figli che eredità lasceremo? Non è solo colpa delle industrie e delle navi, anche noi facciamo la nostra parte».

Legambiente ricorda che «l'Italia è stato il primo Paese in Europa a mettere al bando i sacchetti di plastica nel 2011, ma ancora oggi non è del tutto rispettato, anche se ha comunque consentito in cinque anni una riduzione nel consumo di sacchetti di plastica del 55%».

Sempre Legambiente lo scorso giugno ha presentato a New York, nell'ambito della Conferenza mondiale dell’Onu sugli oceani, i dati di un monitoraggio fatto sulle spiagge di 8 paesi del Mediterraneo. L’82% dei rifiuti trovati sugli arenili monitorati è di plastica, il 64% è materiale usa e getta. A guidare la top ten dei rifiuti più trovati sono i mozziconi di sigaretta, seguiti da tappi, bottiglie e contenitori di plastica ma anche reti per la coltivazione dei mitili. Sono dati impressionanti che costringono ad assumerci delle responsabilità. Anche un piccolo gesto può fare una grande differenza!




Gli intervistati

Yuri Tiberto

direttore dell’acquario dell’Elba

Luca Mercalli

meteorologo

Video


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