Centenario del furto al Louvre. Picasso e Apollinaire fra i sospettati

Scritto da Gabriele Parenti |    Luglio 2011    |    Pag.

Giornalista professionista e regista radiotelevisivo, Gabriele Parenti ha realizzato vari programmi per le reti nazionali della Rai (Intercity-cultura, Learning, Speranze d'Italia) e per Rai International. Autore di documentari e di docu-fiction, attualmente coordina i programmi culturali della Sede Rai di Firenze. Ha svolto attività di ricerca presso l'Istituto di Filosofia del Diritto e di Studi storico-politici dell'Università di Pisa; tiene workshop e seminari nelle Università di Firenze, Pisa e Siena. Tra i suoi libri: Il pensiero dell'esilio (1986); La Sfida. Il pensiero e il coraggio di Robert Kennedy (1999); Il sogno e la memoria (2000); Il lato oscuro (2002); Sui crinali della storia (2005); Oltre l'immagine (2006).

«Chiamatemi solo se il Louvre prende fuoco o se viene rubata la Gioconda».
Così aveva scherzato un dirigente delle Belle Arti, al momento di partire per le vacanze.
Pochi giorni dopo, il 21 agosto 1911 (era un lunedì, giorno di chiusura del museo) un copista che era entrato nel Salon Carré per riprodurre il capolavoro di Leonardo, restò impietrito: il quadro più famoso del Louvre era scomparso.
Come era potuto accadere? Il furto più sensazionale della storia fu un capolavoro di audacia e di semplicità. Di primo mattino, Vincenzo Peruggia, che aveva lavorato al museo come decoratore, entrò al Louvre, da un ingresso di servizio. Arrivato nella sala della Gioconda tolse la tela dalla teca di vetro (che proprio lui aveva contribuito a realizzare) e se la infilò sotto il giubbotto (il quadro misura "solo" 77 centimetri per 53). Poi tornò a casa, senza dare nell'occhio. Uscì di nuovo un'ora dopo e disse alla portinaia che quella mattina si era svegliato tardi, perché la sera prima aveva fatto festa con gli amici in un vicino caffé.Arrestato Apollinaire
La polizia, che non aveva alcuna traccia, svolse le indagini soprattutto nell'ambiente degli artisti. Anche Pablo Picasso fu interrogato ed il poeta Guillaume Apollinaire, che poco tempo prima aveva lanciato una provocazione ("bisognava distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all'arte moderna"), fu arrestato ma presto rilasciato per mancanza d'indizi. Si pensò anche ai servizi segreti tedeschi, a causa dei rapporti ostili con la Germania, ma Berlino ribatté che si trattava di un depistaggio dei servizi francesi.
Le indagini coinvolsero tutti coloro che lavoravano al Louvre e fu perquisita anche l'abitazione del Peruggia ma non si trovò nulla, e si dice che, paradossalmente, il verbale della perquisizione fu redatto sul tavolo sotto il quale era stato nascosto il quadro.
Il Peruggia aveva commesso il furto, perché riteneva che la Gioconda fosse stata presa da Napoleone come bottino di guerra, e intendeva restituirla all'Italia. Per questo, dopo aver atteso che si calmassero le acque, due anni dopo, si recò a Firenze. Prese alloggio in un albergo di via Panzani, (che oggi si chiama Hotel La Gioconda), e contattò un noto antiquario: lo avrebbe ceduto, in cambio dell'assicurazione che il dipinto sarebbe restato in Italia.
L'antiquario, appena vide la tela, capì che non si trattava di uno scherzo. Chiamò Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi, che confermò l'autenticità del dipinto. Arrivarono i carabinieri, che arrestarono il Peruggia.

Il processo
La Gioconda fu restituita al Louvre che, in segno di riconoscenza, consentì che prima del rientro in Francia fosse esposta agli Uffizi a Firenze, poi all'ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese.
Poi il capolavoro di Leonardo fu riportato a Parigi con un treno speciale: alla Gare de Lyon fu accolto dalle massime autorità: dal Presidente della Repubblica all'intero parlamento francese.
Il Peruggia fu processato a Firenze: ripeté che aveva commesso il furto per ragioni patriottiche: voleva far giustizia nei confronti dei francesi che umiliavano gli emigranti italiani e li chiamavano "mangiaspaghetti".
Solo nel corso del processo apprese che la Gioconda non era tra le opere d'arte "razziate" da Napoleone, ma era stata venduta al re di Francia dallo stesso Leonardo nel 1517 per quattromila scudi d'oro. (Peraltro, Napoleone era davvero un grande ammiratore della Gioconda tanto che l'aveva prelevata dal Louvre e l'aveva messa nella sua camera da letto alle Tuileries).

Vincenzo Peruggia

Si determinò una corrente d'opinione favorevole al Peruggia che ebbe vasta eco sulla stampa. L'avvocato difensore sostenne l'illegittimità dell'arresto per un reato commesso all'estero e chiese l'assoluzione, perché il furto era stato commesso fuori dal territorio italiano e perché il Peruggia non aveva chiesto un riscatto ma aveva consegnato spontaneamente il quadro.
Il tribunale concesse le attenuanti ma emise una condanna ad un anno e quindici giorni di reclusione, ridotti, poi, a 7 mesi e 4 giorni in appello. Mentre il pubblico rumoreggiava sottolineando il carattere "patriottico" del furto (tra Italia e Francia c'era ancora rivalità per questioni coloniali). Peruggia, a riprova della sua indole bonaria, disse a un giornalista: «Bisogna contentarsi, nel mondo».

Il mistero rimane
La vicenda fece entrare la Gioconda nel mito. Il ritratto più famoso di tutti i tempi è anche il più ricco di misteri e di suggestioni sia per il sorriso enigmatico di Monna Lisa, sia per il segreto della sua identità: perché se oggi appare definitivamente accertato che si tratti di Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo, nel corso dei secoli si sono affacciate altre ipotesi come l'identificazione con Caterina Sforza a causa della straordinaria somiglianza a un suo ritratto (detto la Dama dei Gelsomini).
E del dipinto sono state date anche interpretazioni esoteriche e perfino psicanalitiche (ad opera di Freud e di Salvador Dalì). Nel 2007, dopo che scienziati canadesi hanno esaminato il quadro con una tecnologia speciale a raggi infrarossi e a tre dimensioni, si è scoperto che Monna Lisa indossa sull'abito un leggerissimo velo di mussolina.
E, recentemente, lo studioso fiorentino Renzo Manetti ha sostenuto che Leonardo dipinse anche una Gioconda nuda (a seno scoperto) che sarebbe andata perduta. I due ritratti di Monna Lisa avrebbero costituito un dittico dedicato alla Venere celeste e a quella terrena.


«Anche se il dipinto è andato perduto - ha osservato Manetti -, esistono almeno una decina tra riproduzioni e opere di analogo soggetto, eseguite da discepoli, che ci permettono di ricostruire l'originale». A riprova, cita un dipinto straordinariamente somigliante: la Monna Vanna del Salaino, allievo di Leonardo.
Certo è che ogni vicenda legata al capolavoro di Leonardo appassiona l'opinione pubblica. Fino agli scavi attualmente in corso nella chiesa maggiore dell'ex convento di Sant'Orsola a Firenze, per la ricerca della tomba e dei resti di Monna Lisa, (sono state trovate alcune ossa che verranno analizzate per capire se appartenevano a Lisa Gherardini Del Giocondo), che sono seguiti con grande attenzione dai media di tutto il mondo, con troupes arrivate dalla Francia, dalla Russia, dagli Stati Uniti, dal Giappone, dalla Germania, dalla Gran Bretagna e perfino dall'Australia.
Poi, a seconda dell'esito degli scavi, la parola passerà agli archeologi, anatomo-patologi, antropologi, biologi e agli storici dell'arte per stabilire l'identificazione della Monna Lisa "storica" con quella del celebre dipinto.
Il furto della Gioconda divenne anche uno sceneggiato diretto da Renato Castellani, protagonista Enzo Cerusico, e mandato in onda dalla Rai a partire dal 15 febbraio 1978.

(Nella foto sopra: Guillame Apollinaire: il poeta francese arrestato, perché ritenuto colpevole della sparizione della Gioconda)