La parola e il silenzio
Una volta mi è stato chiesto cos'è per me la parola. Non è stato facile rispondere. Intanto la parola evoca subito il silenzio: parola e silenzio uniscono e separano. Attraverso il silenzio si può ritrovare il valore e il senso della parola. Perché la parola è tutto: è il segno primario del divino nell'uomo. Che uno sia credente o non lo sia non ha importanza, la parola ha qualcosa di sacro anche per chi rifugge da pensieri trascendenti.
La parola può essere motivo di proliferazione inutile e menzognera, oppure può essere testimone della parte migliore dell'umanità. La parola può avere gravità e leggerezza: può esprimere un pensiero grave e impegnativo, che proprio nella parola cerca una sua leggerezza. Perché il pensiero non esiste senza la parola: può avere un principio, ma è nella parola che si sviluppa e si realizza.
Oggi viviamo in tempi difficili, invasi come siamo dalle parole perché manca la parola. Per il modo in cui viene usata la parola, oggi, è in eccesso e in difetto nello stesso tempo.
C'è un difetto della parola e c'è un eccesso di parole. E quando la parola rinuncia a essere un atto di ragione, di persuasione, di confronto può diventare urlo ed invettiva.
C'è un momento terribile in cui la parola sembra inservibile e viene sostituita dal linguaggio delle armi.
La parola può essere aperta al Bene e può aprirsi al Male, il grande scandalo dell'Universo. C'è un'antinomia misteriosa per cui alla creazione si contrappone la distruzione? L'interrogativo è antico quanto il pensiero umano. C'è questa irrilevanza che la parola sembra avere anche per il poeta, di fronte all'abisso di orrore su cui si è affacciata l'umanità nel Novecento. L'orrore che, sostituendo lo sgomento alla parola, ci rende muti. Ma anche l'assenza di parola generata dallo sgomento è linguaggio. Cristo nei Vangeli non parla sempre, sta anche zitto, eppure la sua Parola è anche quella. Io sento molto vicino Paul Celan che si è gettato nella Senna quando le parole non hanno significato più nulla per lui; o Primo Levi, che ha parlato e vissuto fino a quando si è accorto di non avere più parole. Eppure, nonostante l'orrore e lo sgomento, la poesia è riuscita a parlare sempre in modo alto. Mi chiedo spesso cosa sarebbe dell'uomo senza la poesia, se non ci fossero stati Dante e Leopardi, senza quei momenti nei quali il senso della vita e della civiltà coincidono con la parola. Sì, la poesia ha avuto un posto fondamentale nel processo di incivilimento dell'uomo in tutte le fasi della storia e credo che continuerà ad averlo, oggi e nel futuro.
(Mario Luzi)

Un poeta del '900
Mario Luzi
Mario Luzi è una delle figure chiave della poesia del Novecento. Il suo percorso poetico corre ininterrottamente ormai da oltre settant'anni. Nato nel 1914 a Castello, già negli anni Trenta collabora alle più importanti riviste dell'avanguardia letteraria. La sua produzione poetica va da La barca del 1935 a Sotto specie umana uscito nel 2000. Nel 1994 pubblica Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini. All'assidua attività poetica Luzi ha accompagnato la sua riflessione di fine saggista. Intensa la produzione drammaturgica, fin dal Libro di Ipazia del 1978. Nel 1983 Rosales va in scena al Maggio fiorentino e allo Stabile di Genova. Alcuni suoi testi poetici sono stati musicati. Nel 1995 il Maggio rappresenta Felicità turbate, dramma in versi sul Pontormo, musicato da Giacomo Manzoni. Nel 1994 al Comunale di Firenze va in scena il lieder La torre delle ore, testi di Mario Luzi, musica di Luciano Sanpaoli. Luzi ha vinto numerosi e importanti premi internazionali, fra cui nel 1978 il Viareggio con Al fuoco della controversia.

Il libro
Mario Luzi
Sotto specie umana
Garzanti 2000