Da pittore degli straccioni a ritrattista delle regine

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Giugno 2000    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Da "pittore degli straccioni" a "ritrattista delle regine" il
La favola bella di Annigoni
passo è certo lungo, ma Pietro Annigoni lo compì senza grandi sforzi né traumi; anzi, lui stesso diceva spesso che se un bel giorno la sua vita cambiò radicalmente non fu per sua volontà, ma piuttosto per uno di quei casi fortuiti che talvolta s'intrufolano nell'esistenza di una persona e la obbligano a prendere direzioni del tutto inaspettate.
Nel 1954 Pietro aveva 44 anni e in ambito toscano era considerato un buon pittore di scuola realistica, ma nei suoi lavori non si intravedevano tracce di quella pittura epica ed esaltatrice dei caratteri che tanto piace a chi vuol essere ritratto. A Pietro interessava piuttosto muoversi a piedi per le strade di Firenze e frequentare osterie, bettole o bar popolari, dove spesso trovava l'ispirazione giusta per quelle sue composizioni di carattere intimista, dedicate di preferenza ai reietti, agli emarginati, ai miseri.
Quando ricevette quella lettera da Londra (il cui mittente era una sconosciuta per lui "Fishmongers Company"), con la quale gli si chiedeva di prendere contatti con la casa reale d'Inghilterra per un eventuale ritratto alla regina Elisabetta - che aveva 28 anni ed era sul trono da due - Pietro pensò ad uno scherzo di qualche amico buontempone e non ebbe esitazione nel farne una palla e gettarla nel cestino.
Ma ecco il "deus ex machina", che si intromette e rimescola le carte del destino: in questo caso ha le sembianze di un giovane pittore inglese, Tim Burton, che in quel periodo frequentava lo studio di Pietro e che lo mise al corrente che la Fishmongers era una potentissima associazione che sovrintendeva alle attività ittiche del Regno Unito e il cui presidente era quell'anno il principe Filippo, consorte della regina.
Annigoni si affrettò allora a ripescare quella lettera sgualcita, la stirò alla meglio e si mise in contatto con Londra per i primi accordi. Da quel momento la sua esistenza prese tutt'altra direzione. A quel primo ritratto della regina ne seguirono molti altri ai potenti della Terra, quasi che si fosse creata una sorta di gara per farsi immortalare dai suoi pennelli: dall'allora regnante famiglia imperiale di Persia a John Kennedy, da Giovanni XXIII a tutti, o quasi, i reali d'Inghilterra, compresi gli appartenenti ai rami periferici.
E sulla scia di quel travolgente successo (il primo ritratto a Elisabetta fu poi riprodotto in un francobollo e per anni quella figura slanciata, di mezzo profilo, avvolta in un ampio mantello, è stata presente in tutto il mondo ed è passata sotto gli occhi di miliardi di persone), quasi non c'era ricco o potente, non importa se con solide radici o con la prosopopea del parvenu, che non volesse sedere di fronte al cavalletto del grande artista. Se la lista dei ritratti non è poi così lunga come avrebbe potuto essere, lo si deve solo al fatto che era lui stesso a rifiutare spesso l'incarico.
Anche il suo rapporto con il denaro, una volta raggiunto il successo, cambiò profondamente. Certo, anche per lui continuava ad essere importante, ma riuscì a metterlo, nella sua ideale scala di valori, in posizione subordinata rispetto a ciò che costituiva il vero scopo della sua vita, la pittura. E quando non provava quella piacevole sensazione di voler prendere in mano i pennelli, non esisteva cifra che potesse fargli cambiare idea. Si favoleggiava spesso, nell'ambiente artistico fiorentino, di assegni che gli arrivavano con la cifra in bianco e che lui rispediva al mittente, o di rifiuti clamorosi non solo di fronte a compensi milionari (milioni degli anni '60 o '70, non gli attuali), ma anche di fronte a nomi di altissimo rango.
Nel 1977, in occasione del venticinquesimo anniversario dell'incoronazione di Elisabetta, giunse a Firenze un emissario di Corte incaricato di parlare con il segretario del pittore. Annigoni era ormai entrato nel cuore dei reali inglesi, ma era ugualmente conosciuto per quel suo rapporto non sempre facile che aveva con gli aspetti più prosaici della sua professione. La proposta dell'emissario fu esplicita: in cambio di un bozzetto del volto della regina (che sarebbe stato poi inciso e riprodotto sul alcuni vassoi d'argento), il compenso sarebbe stato di cento milioni.
In via del tutto informale l'inviato fece capire al segretario del maestro che in caso di buon esito dell'operazione per lui era prevista un'adeguata ricompensa; e aggiunse che aveva già preso gli opportuni accordi per fargli recapitare l'ultimo modello di un'automobile di gran lusso. Ma il maestro non ci pensò due volte: l'operazione gli parve troppo commerciale e pronunciò un no che non lasciava spazio a repliche.
Quando riusciva a liberarsi da quei prestigiosi ma stressanti impegni mondani, si rifugiava nel suo splendido studio sui tetti di Borgo degli Albizi (con la brunelleschiana cupola di Santa Maria del Fiore che quasi poteva sfiorare con la mano) e tornava ai suoi soggetti preferiti. Perché, come lui stesso scriveva: "... mi hanno chiamato il pittore dei mendicanti, come poi mi hanno chiamato il pittore delle regine. Ma i mendicanti me li sono scelti da me, invece i potenti mi hanno scelto loro".

Annigoni a Borgo
Da dicembre la Villa Pecori Giraldi, un edificio di notevole pregio, è stata completamente restaurata a cura del Comune di Borgo San Lorenzo. Sarà destinata ad ospitare strutture culturali di grande importanza per l'intero Mugello: il Museo della Manifattura Chini, il Centro servizi del sistema museale dell'intera zona. I grandi spazi dell'ala nord saranno destinati ad ospitare sia attività legate al turismo congressuale che grandi esposizioni temporanee.
Dal mese scorso è allestita un'esposizione permanente sulla produzione di Pietro Annigoni (Milano 1910 - Firenze 1988). I figli di Annigoni, Benedetto e Ricciarda, hanno infatti donato al Comune di Borgo San Lorenzo una serie di pregevoli opere pittoriche e grafiche del maestro riguardanti il Mugello e un'originale documentazione sul suo lungo percorso creativo. Si tratta di acqueforti, litografie, oli, disegni, bozzetti e schizzi di paesaggi mugellani e soggetti vari, eseguiti con diverse tecniche. Inoltre nella sala d'accesso alla torre della villa verrà ricreato l'ambiente di lavoro dell'artista e l'esposizione di documenti originali.