Dal teatro alle cene per solidarietà. Le attività nel carcere di Volterra, guidate da una direttrice gioviale e dinamica...

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Gennaio 2010    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Un oceano di verde e di colline che si accavallano e si inseguono fino alla linea dell'orizzonte. «Nelle giornate limpide si può vedere anche la Corsica», precisa Maria Grazia Giampiccolo, direttrice del carcere di Volterra, una signora giovane, gioviale e dinamica. Siamo sul camminamento di ronda all'interno della fortezza di Volterra, destinata a penitenziario fin dalla sua nascita e poi, dal 1816, a casa di reclusione.

Peccato che questa meraviglia la possa godere solo un numero limitato di persone: gli agenti di custodia e pochissimi altri. «Ma non sarà così ancora per molto, - continua la dottoressa Giampiccolo - esiste un progetto in fase già avanzata per restaurare il Maschio della fortezza e aprirlo al pubblico. Si tratta di una delle tante iniziative che s'inquadrano nel più ampio programma per rendere il carcere meno lontano dalla società civile, in quello spirito, previsto anche dalla "Legge Gozzini" del lontano 1975, teso alla ricerca di misure alternative che rendano più sopportabile la vita delle persone private della libertà e spesso, come nel caso dei circa 160 ospiti del carcere di Volterra, condannati a pene anche lunghissime».

Il Maschio della fortezza volterrana non è parte integrante dell'edificio ma sorge nel mezzo di un vasto cortile cosicché può essere facilmente utilizzabile, una volta restaurato, per attività culturali come convegni, mostre o dibattiti aperti ad un pubblico esterno e alla cui realizzazione e conduzione potrebbero partecipare anche quei reclusi ammessi a usufruire di speciali permessi.

«È quello che si sta facendo da venti anni con il teatro e anche ciò che si sta portando avanti da quattro anni con le ormai famose "Cene galeotte"», spiega la direttrice.

Cene galeotte

Uno spicchio di quella severa e imponente costruzione che si erge da ottocento anni (ma non mancano le tracce di un edificio etrusco) sulla sommità della collina volterrana, si apre a un pubblico esterno - una volta al mese, per otto mesi, da settembre ad aprile - per dare vita a un evento che lascia un segno tangibile in chiunque ne prenda parte.

I partecipanti devono superare un paio di porte blindate, attraversare un angusto corridoio, immettersi in un cortile e infine scendere una scalinata per entrare in quella che un tempo era la cappella del carcere. Lungo l'unica navata, alcuni tavoli sono preparati per ospitare circa centoventi avventori. Quella che in origine doveva essere la sagrestia è oggi una ben attrezzata cucina ed è qui che i carcerati autorizzati diventano i protagonisti della serata.

Ognuno ha un compito preciso: ci sono gli chef, ci sono i cuochi con i loro aiutanti, ci sono i cucinieri, i camerieri, gli addetti ai dessert, quelli preposti ai vini. Ma il lavoro vero e proprio inizia il giorno precedente, quando si inseriscono personaggi famosi del mondo culinario toscano: in genere sono artisti della gastronomia; persone che hanno dato un'impronta personale all'evoluzione della cucina toscana. Il primo passo è costituito dall'incontro con gli chef del carcere per concordare insieme il menù da approntare.

 

Lavoro di gruppo

Ed è a questo punto che interviene - in maniera determinante - Unicoop Firenze, mettendo a disposizione i propri scaffali per l'intero approvvigionamento delle vettovaglie e, quel che più conta, a iscrivere la cifra, che in genere si aggira su qualche migliaio di euro, sul proprio bilancio. L'azienda si fa carico inoltre di assumere, e regolarmente assicurare e retribuire, ogni carcerato che prende parte all'iniziativa. Unicoop Firenze provvede anche a pagare tutte le spese di esercizio e a fornire ogni lavorante di una uniforme che dà un tocco di eleganza in più all'ambiente e alla serata.

In genere i giorni di lavoro sono tre per ogni evento: si lavora il giorno prima per la preparazione, il giorno della cena e il giorno successivo per il ripristino degli ambienti. Nella complessa operazione sono coinvolte alcune persone, a cominciare da Marco Posarelli, il coordinatore generale, per passare ad Alberto Migliori, direttore amministrativo, a Viviana Bucaletti, addetta alle assunzioni, ad Angela Accardi, responsabile del vestiario, a Carlo Calusi, per la fornitura del pesce, a Marco Giannelli, direttore della Coop di Volterra. Per quanto riguarda i vini, il compito della scelta (e della spesa) è affidato alla Federazione italiana dei sommelier che partecipa anche con due esperti ad ogni cena.

Il Cuore in carcere

Ma la storia non finisce qui; rimane da conoscere l'uso del ricavato di ogni serata. È presto detto: il menù è a prezzo fisso: ogni partecipante è tenuto a pagare la cifra di 35 euro. Dal momento che il numero dei partecipanti (i posti sono tutti prenotati fino ad aprile) supera il centinaio, risulta un ricavato di circa 4.000 euro. Ogni serata è dedicata a un Paese del Terzo Mondo dove Unicoop Firenze è coinvolta in collaborazioni di carattere sociale, inserite nell'ormai conosciuto programma legato al Cuore si scioglie.

Ecco l'epilogo della storia: al termine della cena, la cifra raccolta andrà a finanziare di volta in volta uno degli otto progetti. Si offrirà, per esempio, nutrimento e assistenza medica ai bambini del Camerun; oppure si darà un aiuto concreto alle bambine di strada di Bangalore, in India. O, ancora, si provvederà a reperire cibo e assistenza sanitaria per i piccoli delle favelas di Salvador Bahia, in Brasile o, anche, a favorire l'incontro e la reciproca conoscenza di giovani israeliani e palestinesi.

«Pur essendo appena al quarto anno di attività da quando l'idea ha preso corpo - conclude la direttrice del carcere - sono già undici i carcerati che ogni mattina possono varcare le porte blindate della fortezza e svolgere il loro lavoro nel settore in cui - grazie alle "Cene galeotte" - si sono specializzati. Uno di loro sta facendo carriera: adesso è chef in uno fra i più noti e prestigiosi ristoranti di Volterra».

Le cene galeotte sono tutte prenotate fino ad aprile. Alla prossima edizione!


Notizie correlate

Il sale dalla terra

Un'attività mineraria sconosciuta ai più. I metodi estrattivi