Com'è cambiato il mondo del vino. Una chiacchierata con l'enogastronomo Leonardo Romanelli

Scritto da Francesco Giannoni |    Gennaio 2013    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

Forse mai come oggi il vino è argomento che sta a cuore a così tanti. Una riprova la troviamo nella fioritura di corsi per enologi, sommelier e semplici degustatori, di incontri con fattorie più o meno illustri che presentano i loro nettari più o meno prelibati. Eppure il tema di cui si parla è sempre e "solo" il vino, per secoli e millenni uno degli elementi della nostra tavola.

L'approccio al vino è cambiato parecchio negli ultimi decenni. Dalla fine degli anni '70, il vino non è più considerato un alimento: è stato promosso a elemento edonistico. E si è iniziato a valutarne qualità e caratteristiche prima ignorate. I corsi di formazione lo analizzavano basandosi su tre sensi: vista, olfatto, gusto; lo si guardava nel bicchiere, lo si annusava, lo si beveva.

 

L'età degli yuppies

Alla fine degli anni '80, per il vino è iniziata una passione addirittura smodata: tutti volevano capirci qualcosa. Si creò un gruppo di maniaci "eno-fissati" che compravano subito i vini premiati, che dovevano avere i vini rinomati o non erano contenti (era una gara a chi ne sapeva di più e a chi poteva spendere di più); di fatto erano diventati opinion leaders dei loro amici, convincendosi e convincendoli di una certezza assoluta: l'esistenza di vini migliori di quelli bevuti fino allora. Rinacquero le osterie, rivedute e corrette in wine bar: qui, a un prezzo onesto, si poteva bere un bicchiere di grande vino, introdotto e accompagnato da formaggi, salumi e crostoni, senza comprarne la bottiglia, per molti troppo costosa.

Dopo le Torri Gemelle, ulteriori cambiamenti: blocco del mercato americano, revisione dei consumi, basta prezzi folli, rivalutazione dei prodotti del territorio, rinascita delle rivendite di vino sfuso (qualità a costi concorrenziali), rifiuto di quei vini troppo strutturati, molto ricchi e "colorati", caricati di elementi accessori (fra cui, magari, l'etichetta d'autore), vini paragonabili a un atleta bravo ma che si dopa, o a una bella donna eccessivamente truccata.

Il "di più" è stato abbandonato. Oggi il consumatore riconosce e pretende la qualità, ma senza esagerazioni. «Io credo sia più utile bere meno - puntualizza Romanelli - senza mettere in corpo alcool inutile, creando con il vino un rapporto sereno: è un piacere da concedersi, eliminando gli elementi dannosi».

 

Gli abbinamenti

Insieme all'innalzamento della qualità del vino c'è stata quella del cibo. Di conseguenza, oggi il consumatore medio di vino si rende conto che non può cucinare un piatto (magari elaborato) abbinandoci un vino qualunque. Ha capito che cibo e vino devono camminare insieme. E il "problema" degli abbinamenti ha avvicinato al vino anche persone non particolarmente interessate.

Perciò, si è allargato il pubblico che del vino vuole una conoscenza anche solo basilare. Sono in tanti a cercare semplici "corsi base", per capire qualcosa in 4-5 lezioni; vi si vede un pubblico veramente composito: giovani e meno giovani, uomini e donne, pensionati e pensionate; molti vogliono approfondire, «perché in questa parte di mondo, grazie al cielo, ci sediamo a tavola tre volte al giorno, in due possiamo bere vino e vogliamo farlo nel modo più consapevole possibile». E anche in questi tempi di crisi, tutti possono permettersi, per lo meno una volta ogni tanto, un vino da 6-7 euro.

 

L'altro mondo

Già da qualche decennio arrivano sul mercato europeo vini cileni, australiani, neozelandesi, sudafricani, alcuni dei quali davvero interessanti. Dopo un iniziale successo, dovuto anche a un'effimera moda, c'è stato un ridimensionamento nelle vendite.

«Dubito che possano tornare a sfondare e trovare posto stabilmente sulle nostre tavole - nota Romanelli -. Per vari motivi. Il consumatore italiano è conservatore e tradizionalista; ha a disposizione numerosi ed eccellenti vini nazionali; i vini extraeuropei non rispondono ai nostri gusti: giocano parecchio sull'uso di legno e su profumi davvero accesi; infine, hanno prezzi spesso elevati, determinati anche dai dazi».

 

Corsi e ricorsi

Finora i corsi di degustazione sono stati organizzati secondo un percorso standard: stappi la bottiglia, fai assaggiare, spieghi e racconti quel vino e il territorio di origine. In un secondo momento, ai corsi si è aggiunta la visita in cantina.

La novità del 2013 si chiama "InVite", ed è il primo corso nel quale si parlerà di vino fra una vigna e l'altra. In più, in aula, lezioni teoriche che avranno il momento focale negli assaggi alla cieca, senza l'influenza delle etichette.

«Il vino non è solo la bevanda che stai per bere - ci dice Romanelli, tra i fautori del corso -; si vuol capire come nasce e cosa significa. E questo lo sanno al meglio i produttori. Li abbiamo scelti fra quelli che "si sporcano le mani" tra le vigne e nelle cantine e ci fanno conoscere la fatica per arrivare alla bottiglia». Il vino non nasce a caso, ma segue il corso della natura ai cui ritmi l'uomo deve adeguarsi.

Alla fine di "InVite" i partecipanti avranno non solo rispetto per il lavoro dei produttori, ma un'altra consapevolezza e un'altra soddisfazione nel bere il vino.

Eccoli i produttori, i magnifici sette che partecipano al corso (11 appuntamenti, 6 lezioni in aula e 5 in azienda): Cerbaiola Salvioni, Fattoria San Giusto a Rentennano, Badia a Coltibuono, Michele Satta, Podere 414, Poderi Boscarelli marchesi de Ferrari Corradi, Tenuta di Capezzana conte Contini Bonacossi.

Info: tel. 0550946266; www.in-vite.it

 

L'intervistato: Leonardo Romanelli (fotografia di Francesco Giannoni)


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