Le isole del biologico: l'esperienza degli Ipercoop

Scritto da Laura D'Ettole |    Gennaio 1998    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

Ha un'età compresa fra trenta e quarant'anni, un reddito medio-alto e sull'alimentazione non transige: la vuole rigorosamente naturale. E' questo l'identikit del consumatore della nuova nicchia emergente del prodotto biologico. Un fenomeno già in atto da alcuni anni, ma che recentemente ha fatto il suo ingresso anche nel mondo della grande distribuzione. Da due anni Coop a livello nazionale vende prodotti biologici in 74 punti vendita, fra cui 14 ipermercati. Nei tre Ipercoop di Unicoop Firenze la loro percentuale sul totale dei prodotti venduti nel settore ortofrutta supera il 3 per cento e sta mostrando una netta tendenza a salire.
«L'entrata della grande distribuzione nel mondo del biologico - spiega Attilio Casu, capo settore del reparto freschi dell'Ipercoop di Lastra a Signa - ha contribuito ad abbassare in misura consistente i prezzi di questi prodotti: così un fenomeno finora molto circoscritto sta cominciando a entrare nelle abitudini di un più ampio numero di consumatori».
All'Ipercoop di Lastra a Signa le "Isole biologiche" sono addirittura tre: nel reparto ortofrutta, latticini e gastronomia. In quest'ultima poi, dove si cuociono cibi da portare in tavola, le verdure di stagione sono tutte biologiche. Mentre al banco pizzicheria si possono trovare caciotte di pecora o di capra, mozzarelle e formaggi molli o semiduri, tutte specialità del nord Italia perché la nostra regione, sulla frontiera del biologico, è ancora un po' indietro. Poi c'è il latte fresco, lo yogurt, le provoline e i salami in vendita "a libero servizio". Nell'ortofrutta infine, oltre ai legumi, ci sono mele, pere, uva, banane, zucchine, patate.
I prezzi? Si va dal 30-40 per cento in più per latticini e formaggi, rispetto alla media dei prodotti industriali, fino al 20-30 per cento di frutta e verdura. Ma gli amanti del genere sostengono che ne vale la pena.
Sul biologico vige una normativa Cee, introdotta in Italia nel 1992, secondo cui può fregiarsi del termine solo il prodotto privo di molecole chimiche di sintesi (i cosiddetti fitofarmaci, tanto per intenderci). Il che significa, tradotto nei mille atti che compongono la catena alimentare, che la pecorella che fornisce il latte per il formaggio biologico deve "brucare biologico", in un terreno privo di fonti di inquinamento esterne e che, se necessario, deve restare 'a riposo' per un periodo che va da due a cinque anni per eliminare i residui di precedenti colture. Quando inizia la produzione, poi, arrivano i cosiddetti "certificatori del biologico". In Italia sono otto organismi, sparsi su tutto il territorio nazionale e specializzati in varie merceologie. L'azienda, una volta inserita nel registro nazionale, viene sottoposta a continue ispezioni di verifica delle colture e delle lavorazioni. In Italia sono oltre 17 mila le imprese agricole che hanno scelto di convertirsi a questo tipo di produzione, ma siamo ancora agli inizi di un processo che, assicurano gli esperti, si presenta denso di sviluppi in un fine millennio sempre più attento ad un rapporto meno traumatico con le risorse naturali. Sarà rivoluzione culturale?