L'esperienza di convivenza di San Donnino, alle porte di Firenze, raccontata in un libro

Scritto da Bruno Santini |    Marzo 2017    |    Pag. 10, 11

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

Don Momigli

Con Francesco Xia, presidente dell'Unione giovani italo-cinesi, 2016 - FOTO FOTOCRONACHE/GERMOGLI

INTEGRAZIONE

Anno 1992, il giorno prima di Pasqua. Don Momigli è da pochi mesi parroco di San Donnino, un paese alle porte di Firenze nel Comune di Campi Bisenzio, quando alle prime luci del mattino viene svegliato dai Carabinieri. Sul sagrato della chiesa è stata “posteggiata” una piccola utilitaria, sollevata a braccia e posata sui gradini per impedire l’accesso alla chiesa. Si teme un attentato dinamitardo. Ma il giovane parroco sa di che si tratta: è solo una provocazione.

L’episodio è sintomatico - la foto di quell’evento è stata scelta anche come copertina del libro di Luigi Ceccherini La “rivoluzione” di don Momigli, edizioni Sarnus - e spiega meglio di tante parole la tensione di quegli anni a San Donnino.

«In poche centinaia di metri, quelli che racchiudono il centro storico - racconta don Momigli -, risiedevano, frutto di una concentrazione spontanea e fulminante, ben oltre 2000 immigrati cinesi a fronte di una popolazione che contava nell’intero paese poco più di 4000 abitanti. La mia destinazione lì fu sicuramente dettata dal mio passato professionale: prima di vestire la tonaca ero sindacalista e, per affrontare quella spinosa situazione, serviva una persona che sapesse mediare, organizzare e gestire con una certa strategia le parti in causa. L’arcivescovo Piovanelli mi esortò ad essere “fermo nei principi e malleabile con la gente”; io così feci».

Una missione, quella chiesta a don Momigli, davvero difficile; lui stesso lo conferma con questo aneddoto: «Arrivai in quella che sarebbe stata la mia parrocchia per venticinque anni nell’ottobre del 1991. Alle 21 avrei dovuto celebrare la mia prima messa. Quella mattina la puntata del programma radiofonico della Rai Chiamate Roma 3131 era dedicata al problema dell’immigrazione e trasmetteva da San Donnino. Proprio in quel momento capii la portata del lavoro che mi attendeva. Intorno al mio arrivo c’era grande diffidenza. La Chiesa era accusata di aver sottovalutato il problema, e nella comunità c’era un comprensibile dolore per l’avvenuto cambio di parroco. Come se non bastasse, anche gli elementi atmosferici sembravano congiurare: un fulmine cadde non lontano dalla chiesa facendo andare in tilt l’amplificazione».

Don Momigli è giovane, ha alle spalle solo una breve esperienza di viceparroco a San Gervasio, ma ha una volontà di ferro e crede nelle sue idee. È convinto che la soluzione non possa prescindere da una scelta “plurietnica”, “multireligiosa” e soprattutto “interculturale”: termini oggi consueti, ma che venticinque anni fa parevano quasi rivoluzionari.

«Occorreva prestare la massima attenzione alle dinamiche soggettive. La prima cosa da fare era cercare di capire: così misi subito in piedi una serie di incontri bilaterali. Era necessario uscire al più presto dalle secche».

Don Momigli attua progetti di alfabetizzazione con fondamenti di educazione civica, percorsi di mantenimento della cultura di provenienza, momenti e spazi comuni di vita quotidiana. Parallelamente convoca l’allora sindaco di Campi Bisenzio, Adriano Chini, la sua giunta, il comitato spontaneo di San Donnino e vari parlamentari, tra i quali il sottosegretario all’Interno Valdo Spini, che favorirà molti interventi, come il posizionamento di una roulotte della Polizia che servisse da commissariato mobile, e l’apertura del consolato cinese a Firenze.

La chiesa diventa una sorta di campo neutro in cui poter, il più serenamente possibile, orchestrare la situazione, sempre nel segno di quella integrazione che andava predicando e che non poteva prescindere da una sana e fattiva interazione.

«Fu prezioso il lavoro di squadra, perché davvero la questione era spinosa e fu essenziale condividere uno stesso percorso. Percorso che da una parte portava all’accoglienza, dimostrando la concretezza di una convivenza possibile, e dall’altra a stemperare gli arrivi migratori troppo massicci, cercando di diluirne, proporzionatamente sul territorio, la collocazione. Cosa che avvenne».

«Fummo anche accusati di razzismo per questo, ma i fatti ci hanno dato ragione e finalmente nel 1994, in un articolo apparso su “DiSegno Comune”, si certifica che l’emergenza Chinatown non esiste più».

La conferma arriva anche da un episodio di vita quotidiana che don Momigli ama ricordare: «Durante un oratorio estivo interculturale, di quegli anni, sentii due bambini cinesi che litigavano... in fiorentino. Oggi la popolazione di San Donnino conta circa 6500 abitanti di cui meno del 25% è di origine straniera (di 54 differenti nazionalità) e posso affermare che nella comunità non ci sono più conflitti!».

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