A Firenze un’associazione al femminile, ma aperta a tutti. Tante iniziative in programma

Scritto da Sara Barbanera |    Marzo 2015    |    Pag.

Laureata in Scienze della comunicazione presso l'Università La Sapienza di Roma nel 2001, nel 2016 consegue la laurea in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale presso l'Università degli studi di Firenze.

È giornalista dal 2001, dopo la collaborazione con la cronaca umbra del Messaggero e con altri periodici locali.

Dal 2004 lavora in Unicoop Firenze dove, per 5 anni, ha svolto attività in vari punti di vendita, con un percorso di formazione da addetta casse a capo reparto servizio al cliente. Dal 2009 al 2011 ha coordinato le sezioni soci Coop di Firenze.

Dal giugno 2011 è direttore responsabile dell'Informatore Unicoop Firenze, responsabile della trasmissione Informacoop e della comunicazione digitale presso gli spazi soci Coop.

L’intervistata: Clotilde Barbarulli (la seconda da destra nella foto), presidente de Il Giardino dei Ciliegi

A chi non è capitato, una volta nella vita, in piena città, d’imbattersi in un giardino inaspettato, nascosto in fondo a un vicolo, o dietro a un vecchio palazzo o, addirittura, dentro le mura di un antico carcere? Un giardino segnato dal tempo, che racconta la storia e le storie delle generazioni che lo hanno attraversato: questo è Il Giardino dei Ciliegi un’associazione che ha sede nell’ex carcere delle Murate di Firenze e che, dal 1988 a oggi, ha lasciato un’impronta al femminile con progetti e iniziative sui fronti più vari. 

Presentazioni di libri, incontri con gli autori, dibattiti, corsi di scrittura, attività nelle scuole, il Giardino è da sempre una piazza aperta dove si incontrano non solo donne ma persone di generazioni, nazionalità, religioni diverse, per riflettere e crescere insieme di fronte agli interrogativi del presente. Perché dalla relazione all’integrazione, il salto è possibile, come ci spiega Clotilde Barbarulli, presidente dell’associazione.

Che valore ha oggi un’associazione come la vostra?

Se una ex prigione è oggi un luogo di libertà di pensiero e scambio critico, allora tutto è possibile! Il nostro collettivo di lavoro porta all’attenzione non solo temi femminili ma sociali in senso ampio: il Giardino è un progetto aperto a tutti e un luogo dove trovare il modo di vivere meglio in un presente così complesso. Fare cultura non è chiudersi in un circolo letterario fine a se stesso ma uscire dalle prigioni mentali e aprirsi a un vivere civile di qualità, disteso, senza condizionamenti. Oggi pare più difficile ma, proprio per questo, noi ci siamo, come e più di ieri.

Su quali temi siete più impegnate e qual è oggi il più problematico nell’universo femminile?

Ci confrontiamo su questioni come lavoro, intercultura, integrazione, pace, sessualità, violenza, vivere urbano: chiavi di lettura del nostro quotidiano che, sullo sfondo, vedono il grande tema della democrazia e dei suoi diritti, non più scontati ma, anzi, sempre più negati. Fra i nodi più problematici metterei il tema della precarizzazione, lo tsunami che sta sconvolgendo la vita delle donne e non solo.

E' un dato strutturale sempre più drammatico che ne contiene altri: la precarietà lavorativa diventa anche affettiva ed esistenziale perché, senza autonomia economica, è impossibile progettare il futuro, creare legami, dare gambe alle proprie aspirazioni. Il nostro problema era trovare un lavoro che ci piaceva, mentre per le nuove generazioni è trovare un lavoro, accettando compromessi e condizioni sempre inferiori.

Quali donne sono state decisive, idealmente e materialmente, nella storia del Giardino?

Tante, in verità! Da Carla Lonzi, che anticipò tutti i temi del nascente femminismo, alla rivoluzionaria Rosa Luxemburg. Indubbiamente quella che ci manca ogni giorno è Mara Baronti, presidente dell’associazione fino alla sua recente scomparsa. Mara è stata il cuore dell’associazione: ha saputo legare, senza confonderli, l’impegno politico con quello culturale e letterario.

La sua tenacia non era una lotta contro, ma un impegno costruttivo per qualcosa che noi oggi vogliamo portare avanti: perché, come scrive Christa Wolf, Mara ha non mai smesso di credere che “un giorno, di cui non posso scrivere al presente, i ciliegi saranno fioriti”

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