L'ingegneria genetica in agricoltura

Scritto da Fabio Gori |    Luglio 1997    |    Pag.

Come natura non crea
Le piante geneticamente modificate, dette anche transgeniche o 'novel foods' (dall'inglese 'nuovi prodotti alimentari'), stanno prendendo campo. Piante di questo tipo sono già coltivate negli Stati Uniti, Canada, Giappone e Cina, e presto si diffonderanno anche in Europa per effetto della concorrenza. Del resto già oggi sembra che almeno l'1% del mais e il 2-3% della soia importata in Italia siano ottenute da piante geneticamente modificate. Altre piante transgeniche già coltivate nel mondo sono colza, riso, frumento tenero, tabacco, patata, pomodoro, cotone, radicchio, zucca e anguria e nell'anno 2000 questa rivoluzione interesserà tutte le specie coltivate. Sono in corso numerose sperimentazioni anche in Italia, dove nel 1996 sono state provate ben 125 piante transgeniche.
I vantaggi
Queste piante nascono nei laboratori di ingegneria genetica, dove porzioni del patrimonio genetico di un organismo vivente (i geni), vengono trasferiti in una specie vegetale coltivata allo scopo di far comparire dei caratteri che prima non aveva: per esempio la resistenza ad un parassita, la maturazione anticipata, oppure una maggiore conservabilità. Tutto questo per garantire raccolti sicuri ed abbondanti, ridurre i costi di produzione, fornire all'industria materie prime particolari come il cotone già colorato, ridurre l'uso di pesticidi grazie a varietà resistenti ai parassiti. Sono considerate il futuro dell'agricoltura e in genere vengono create e brevettate dalle multinazionali petrolchimiche, che già producono concimi e antiparassitari. Sono in gioco, quindi, interessi economici molto forti e anche contrapposti, capaci di scatenare guerre commerciali.
Ma con il proliferare di queste tecniche nascono anche i dubbi sugli effetti nell'organismo umano. Abbiamo un esempio con il mais brevettato negli Stati Uniti dalla Ciba-Geigy, resistente al peggior parassita della coltura (la piralide) grazie all'inserimento del gene di un batterio che produce una proteina insetticida; il super mais è stato però accusato di determinare nell'uomo l'assuefazione ad un antibiotico largamente utilizzato in medicina, a causa dell'inserimento di un altro gene che doveva segnalare l'avvenuto trasferimento del gene d'interesse, una procedura usata una decina di anni fa ed oggi considerata inutile.
Un altro esempio è la soia della Monsanto, nella quale è stato inserito un gene della petunia per renderla immune ad un erbicida di grande successo (il glifosate), prodotto dalla stessa ditta: il timore è che questa resistenza venga trasmessa anche ad alcune piante infestanti.
I rischi
Ma quali sono i rischi reali per il consumatore e l'ambiente? Molto insidiose sono le piante resistenti ai parassiti: producono grandi quantità di veleni naturali, ancora poco studiati ma certamente potentissimi e spesso cancerogeni. Non da meno sono le piante resistenti ad un erbicida: durante la coltivazione questo erbicida viene somministrato in dosi massicce, per cui si accumula nella pianta; così, per rendere legale la commercializzazione della soia transgenica, l'Italia è costretta ad aumentare di 200 volte il residuo massimo ammissibile di glifosate (Direttiva n. 32/'66 della Comunità europea).
Le piante transgeniche potrebbero poi 'inquinare' il patrimonio genetico di altre piante, alterando gli ecosistemi. Inoltre accentueranno la diminuzione della diversità genetica sul nostro pianeta, e questo porterà i paesi in via di sviluppo ad essere sempre più dipendenti dalle multinazionali per quanto riguarda le risorse alimentari (è sempre attuale il libro 'I semi della discordia: risorse naturali vegetali e futuro alimentare', di Pat R. Mooney, Ed. Clesav Milano, 1985).
Alcuni temono anche altre conseguenze imprevedibili, perché l'uomo manipola la natura senza conoscerla a fondo.
Certi allarmismi sono comunque eccessivi, in quanto l'attuale normativa prevede una lunga serie di verifiche prima di autorizzare la coltivazione di una pianta transgenica.
Un primo passo avanti
L'Unione europea ha anche reso obbligatoria dal 15 maggio l'indicazione in etichetta di eventuali prodotti ottenuti da piante geneticamente modificate (Regolamento Ce n. 258 del 1997). Questo si affianca ad un'altra normativa, che già impone l'indicazione della presenza di organismi geneticamente modificati vivi, per esempio semi, bulbi, lieviti, fermenti lattici negli yogurt (Direttiva Ce n. 220 del 1990, recepita con il decreto legislativo n. 92 del 1993).
Le leggi di tutela ci sono, ma i controlli sono un'altra cosa: non è facile identificare i prodotti modificati geneticamente, anche con lunghe e costose analisi.
Le industrie alimentari non sembrano però temere bocciature indiscriminate da parte del consumatore: in Inghilterra una passata di pomodoro ha incrementato le vendite del 30%, da quando il gusto è migliorato per l'uso di piante transgeniche - dichiarate in etichetta - dai frutti meglio conservabili.