Il 5 maggio, nel quarto anniversario della sua scomparsa, tante iniziative dedicate all'indimenticabile "Ginettaccio"

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Maggio 2004    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Campione di vita e di sport
In famiglia conservano
ancora lettere con un indirizzo che più laconico non si può - Gino Bartali, Italia. Eppure sono arrivate. Del resto ancora oggi, a quattro anni esatti dalla sua morte, chi non conosce, se non le sue gesta sui pedali, almeno qualcuna delle tante leggende che sono fiorite e si sono alimentate in un numero sterminato di articoli di giornale, di libri, persino di canzoni: '...quel naso triste come una salita/quegli occhi allegri da italiano in gita' (Paolo Conte)? Certo, lui non faceva niente per farsi dimenticare. Nel quasi mezzo secolo che gli è rimasto da vivere dopo aver abbandonato le corse - a quarant'anni! - non si è mai seduto in poltrona a masticare ricordi. Tutt'altro. Ha fatto l'imprenditore (le sue biciclette 'Bartali' si producono ancora); ha dato il nome ad una linea di motociclette - negli anni '50 - che hanno scritto qualche rigo di storia nel motociclismo sportivo. Ha fatto il cronista, anche per conto della Rai (memorabili sono rimaste le sue partecipazioni al 'Processo alla Tappa' di Sergio Zavoli); ha seguito il Giro d'Italia fino alla bella età di 84 anni. Ma soprattutto ha fatto il 'presenzialista'. Non rifiutava mai un invito, non diceva mai di no a chi gli chiedeva un autografo o la partecipazione a un dibattito, a un incontro. Accettava tutto, alla sola condizione che si parlasse dell'argomento che a lui stava a cuore: il ciclismo agonistico. Con la sua verve polemica da toscanaccio e il suo carattere di 'bastian contrario', ci si aspettava sempre che tirasse fuori la celebre frase: «Gli è tutto sbagliato. Gli è tutto da rifare!». E spesso i fatti gli davano ragione. Come nei confronti di Marco Pantani, per esempio. In un'intervista rilasciata pochi mesi prima di morire, disse: 'Se avesse sbagliato, ha già pagato una pena salatissima. Lasciamolo in pace. Diamogli la possibilità di correre tranquillo'. Chissà come sarebbe andata, se si fosse seguito il suo consiglio...La sua generosità è rimasta proverbiale. Ma non era solo una generosità che riguardava il denaro - i suoi amici dicono tuttora: «bastava chiedere e lui metteva mano al portafogli» -; no, la sua era anche una generosità fatta di impegno civile e di amore verso il prossimo. Alcuni episodi della sua vita giovanile sono rimasti nascosti a lungo, fino a quando Gino stesso ne parlò in una intervista. Nel primo caso si trattò di salvare alcuni ebrei dalla deportazione. Dal momento che la sua celebrità e la sua professione gli consentivano, in piena guerra, di percorrere in bicicletta le strade italiane senza eccessivi rischi, non si tirò indietro quando gli fu chiesto di prendere in consegna alcuni documenti falsi che prelevava negli uffici della Curia fiorentina per consegnarli ad un certo frate di Assisi, il quale provvedeva poi a distribuirli agli interessati che potevano così sfuggire alle grinfie dei nazisti. In un'altra occasione non esitò a rimettersi la camicia nera (lui che non aveva mai avuto simpatia per il partito fascista), che gli consentiva di muoversi più liberamente nella caotica Firenze del dopo 25 luglio 1943, per portare in salvo 49 inglesi intrappolati in una villa vicino a Ponte a Ema, accompagnarli attraverso sentieri di campagna, fino a metterli nelle mani di un gruppo di partigiani che avrebbero provveduto a ridar loro la libertà. Sono episodi che Gino ha tenuto a lungo chiusi nello scrigno della sua memoria, convinto che «quando si fa del bene, non c'è bisogno di farlo sapere». Ma adesso che sono venuti alla luce potrebbero costituire un capitolo interessante per quel film che la Rai ha in progetto ormai da qualche anno - il regista e sceneggiatore dovrebbe essere Alberto Negrin, già autore di un film su Perlasca - ma che per problemi di carattere burocratico continua a rimandare. E' invece già sulle scene una commedia brillante, scritta da Roberto Tamburri, 'Bartali, l'uomo intramontabile', che ha debuttato recentemente in un piccolo teatro di Ponte a Ema e che sta riscuotendo un buon successo, tanto che si avvia ad avere una sua vita autonoma nel circuito teatrale toscano.Ma, a riprova che la figura di 'Ginettaccio' è ancora ben viva nella memoria collettiva, è già in costruzione un edificio, nel centro di Ponte a Ema e a pochi passi dalla casa dove mamma Giulia dette alla luce il futuro campione, che ospiterà un 'Museo della Bicicletta', una sezione del quale sarà dedicata alla raccolta e all'esposizione di molti oggetti - bici, maglie, trofei, foto, libri... - che illustreranno in modo concreto la carriera sportiva dell'Intramontabile.
Campione di vita e di sport
Il 5 maggio, quarto anniversario della sua morte, si dà vita, a cura dell'Associazione 'Amici del Museo di Gino Bartali', ad un incontro/dibattito al quale parteciperanno campioni di ciclismo e anche di altre specialità sportive, insieme a giornalisti ed addetti ai lavori; mentre domenica 9 si organizza in suo onore una manifestazione - non competitiva per i cicloturisti e invece con ordine d'arrivo e classifica finale per i cicloamatori - denominata 'Gran Fondo Gino Bartali', alla quale hanno già dato l'adesione un migliaio di sportivi che si impegneranno in un doppio percorso (a seconda delle caratteristiche atletiche di ogni partecipante) rispettivamente di 109 e 136 chilometri (il percorso più impegnativo prevede la cronoscalata Pomino-Consuma!). Tutte occasioni, queste, per tenere viva la memoria di quel grande campione - di sport e di vita - che ha fatto impazzire di gioia intere generazioni non solo di tifosi ma anche di chi apprezzava in Gino Bartali, oltre ai muscoli, anche il suo grande cuore.
LA VITA
Tenacia su due ruote
Nacque a Ponte a Ema, vicino a Firenze, il 18 luglio 1914 da Torello e Giulia. Dopo le sei classi elementari, entrò nell'officina di biciclette di Oscar Casamonti. La sua prima gara da esordiente avvenne nella primavera del 1931 e l'ultima da professionista nel 1954. Nell'arco di 23 anni di corse, Gino Bartali ha vinto tutto quello che c'era da vincere, tranne il Campionato del Mondo: dai due Giri di Francia ai tre Giri d'Italia, dai cinque Giri della Toscana alle quattro Milano-Sanremo. Un dato statistico per dimostrare la sua tenacia e lo spirito combattivo che lo ha sempre animato: sulle 964 giornate in cui è stato in gara da professionista, si è ritirato solo 28 volte. Sposato con Adriana Bini, ha avuto tre figli: Andrea, Luigi e Bianca Maria.
Info: Amici del Museo Gino Bartalitel. 0556461272e-mail: info@ciclomuseo-bartali.it