Le buone maniere a tavola: comportamenti corretti e quelli da evitare sia di chi ospita che degli ospiti

Scritto da Bruno Santini |    Giugno 2011    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

A metà del ‘500 monsignor Della Casa scrisse il breve trattato Galateo overo de' costumi, universalmente riconosciuto come un testo guida. Al maestro di bon ton Alberto Presutti chiediamo che validità hanno oggi quegli insegnamenti e quelle direttive.
«I capisaldi di quelle regole sono tutt'oggi validi - spiega Presutti che recentemente ha commentato su SKY 24 News il matrimonio londinese tra William e Kate, sottolineando le differenze tra il cerimoniale dello scorso 29 aprile e quello degli anni ‘80 quando a pronunciare il ‘sì' furono Carlo d'Inghilterra e Diana Spencer -; i tempi cambiano, si evolvono, i costumi odierni non sono, ovviamente, paragonabili a quelli del passato, ma il Galateo della tavola è rimasto, quasi, invariato».

Che differenza c'è tra il galateo e il bon ton?
«Il bon ton era un modo di dire settecentesco, caduto poi in disuso, per definire la lievità dello stare al mondo, la grazia del ‘saper vivere' e quindi un codice comportamentale che trasforma la persona educata in persona raffinata. Il galateo, strettamente parlando, riassume le buone maniere a tavola, convivialmente. I due termini si sono poi fusi, e si usano come riferimento alle buone maniere in generale».

Giovanni Della Casa, più conosciuto come Monsignor Della Casa o Monsignor Della casa, fiorentino, religioso e letterato, è l'autore del celeberrimo manuale di belle maniere Galateo overo de' costumi (scritto probabilmente dopo il 1551 ma pubblicato postumo nel 1558), che fin dalla pubblicazione riscosse subito un grande successo.

Quali sono le regole del bon ton da seguire nella preparazione della tavola?
«Innanzitutto mai esagerare con la mise en place, con l'allestimento della tavola - afferma Presutti (anche autore del manuale Bentornato Galateo - Romano Editore) - non mettere nessun mollettone sotto la tovaglia. Tovaglia che non deve mai essere colorata, se non a Natale o a Pasqua. Se serviamo pesce, vi siano in tavola le apposite posate e la bacinella tergi polpastrelli. Il tovagliolo mai "avvitato" nel bicchiere, mentre deve essere sempre in tinta con la tovaglia. I piatti per l'antipasto distribuiti al momento di servirlo. Oliera e saliera, in tavola solo quando occorrono; non da subito. Acqua e vino, in tavola, mai in caraffe (non è igienico). Non usare i sottobicchieri, né i sottobottiglie, e per evitare sgocciolature non applicare anelli ai colli delle bottiglie del vino; meglio legarvi un fazzolettino da the».

Quali i più comuni ‘errori', secondo il bon ton, che possono commettere i commensali?
«Stare seduti scompostamente a tavola. Chinarsi sul piatto invece di portarsi il cibo alla bocca. Stare coi gomiti continuamente poggiati sulla tavola. Colmare i bicchieri di acqua e, soprattutto, di vino. Parlare col boccone in bocca o servirsi esageratamente dai vassoi di portata».

L'intervistato Alberto Presutti - Foto di Bruno Santini

Nessuna controindicazione nel portare, agli amici che ci ospitano a casa loro per una cenetta, un mazzo di fiori o un vino da dessert, mentre tassativamente proibito è, agli anfitrioni, augurare Buon appetito!
La ragione di quest'ultima "regola" spiega l'intervistato, «va ricercata nelle usanze medievali che prevedevano lauti banchetti offerti dai signorotti delle corti locali, ai servi più meritevoli. Prima di darvi inizio, il padrone augurava loro buon appetito, invitandoli letteralmente a ‘strafogarsi' in virtù del fatto che un'occasione così non sarebbe capitata più tanto facilmente. Non auguriamolo dunque ai nostri ospiti: li umilieremmo!».

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