Sempre più diffuse nella popolazione le reazioni avverse al cibo, da identificare con esami specifici

Scritto da Alma Valente |    Novembre 2017    |    Pag. 44, 45

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Allergie e intolleranze

Siamo quello che mangiamo, ma talvolta il cibo può presentare sorprese. Si parla spesso di allergie e intolleranze alimentari, ma in generale le idee su questo argomento non sono chiare. Ci siamo rivolti quindi al dottor Oliviero Rossi, immuno-allergologo dell’Azienda ospedaliero universitaria Careggi.


Quali sono le differenze tra allergia e intolleranza?

«La reazione negativa al cibo è spesso erroneamente definita allergia alimentare. In molti casi è provocata da altre cause, come un’intossicazione alimentare di tipo microbico, un’avversione psicologica al cibo o un’intolleranza a un determinato ingrediente di un alimento. L’allergia alimentare, invece, è una forma specifica di intolleranza ad alimenti o a componenti alimentari che attiva il sistema immunitario. Una proteina presente nell’alimento a rischio, che nella maggioranza delle persone è del tutto innocua, innesca la reazione del sistema immunitario con produzione di anticorpi. Questi determinano il rilascio di sostanze chimiche, come l’istamina, provocando vari sintomi come prurito, nausea, tensione e gonfiore addominale, diarrea. Le allergie agli alimenti sono spesso ereditarie e si rilevano nei primi anni di vita. L’intolleranza invece coinvolge il metabolismo, ma non il sistema immunitario. Un tipico esempio è l’intolleranza al lattosio: le persone che ne sono affette hanno una carenza di lattasi, l’enzima digestivo che scompone lo zucchero del latte. La quantità di latte e latticini tale da determinare sintomi di intolleranza è molto variabile, con quadri clinici diversi tra i soggetti».


Il nichel dà delle forme di reazioni cutanee da contatto, ma alcune persone hanno dei disturbi se lo assumono con gli alimenti...

«Oggi sono sempre più comuni le diagnosi di presunte allergie o intolleranze alimentari, spesso effettuate sulla base di metodiche non scientifiche, non riproducibili e quindi non affidabili. Tutto ciò comporta problemi clinici non risolti, ma anche un notevole aggravio di costi. Sulla base di tali test vengono prescritte delle diete che non hanno alcuna base scientifica. L’esempio tipico è rappresentato dalla presunta “allergia” al nichel contenuto in moltissimi alimenti e bevande.La sensibilizzazione al nichel è un fenomeno relativamente comune (interessa circa il 10% della popolazione, prevalentemente femminile), e le reazioni che si verificano in seguito al contatto con il nichel sono di tipo immunitario; questo viene riconosciuto come “estraneo” e l’organismo mette in moto le sue difese. Oltre a provocare un certo prurito, causa un aumento della permeabilità dei piccoli vasi sanguigni che sono presenti nell’area di contatto e favorisce l’accumulo di liquidi (si formano piccole vesciche), leucociti e altre sostanze il cui compito è quello di distruggere la sostanza riconosciuta come estranea. Questa è una dermatite allergica da contatto ma, in alcuni casi, a seguito dell’ingestione di cibi ricchi di nichel, si possono avere dei sintomi gastrointestinali. In entrambi i casi si parla sempre di intolleranza, anche se nel linguaggio comune il fenomeno continua ad essere etichettato come allergia».


Abbiamo voluto sentire anche il parere del professor Francesco Sofi, docente di Scienze dell’alimentazione dell'Azienda ospedaliero universitaria Careggi.


Quali sono le forme più frequenti di intolleranze alimentari e quali sono i metodi di diagnosi?

«Le intolleranze alimentari più frequenti sono quella al glutine, nota come celiachia, e quelle determinate da un deficit enzimatico, caratterizzate quindi dall’impossibilità dell’organismo a metabolizzare alcuni elementi, quale il lattosio, e il cosiddetto “favismo” causato dalla mancanza di un enzima a livello del globulo rosso. Le intolleranze alimentari possono determinare una vasta gamma di sintomi a carico di diversi apparati del nostro organismo (cute, apparato gastrointestinale, respiratorio, neurologico) e possono presentarsi con diversa velocità e gravità dopo l’ingestione dell’alimento. La diagnosi di intolleranza è diversa e dipende dal tipo di intolleranza: nel caso della celiachia la diagnosi avviene attraverso l’analisi di alcuni particolari anticorpi e dall’esame genetico; nel caso del lattosio attraverso un test del respiro e in quello del “favismo” attraverso l’analisi quantitativa dell’enzima presente nel sangue. La cura per tutte le forme di intolleranza alimentare è sempre l’esclusione dalla dieta degli alimenti a cui il soggetto è intollerante».


Prima di una dieta dimagrante, vengono richiesti dei test di intolleranza verso specifici alimenti. Hanno validità scientifica queste metodiche?

«No, non hanno alcuna validità di per sé per determinare le intolleranze agli alimenti, ma soprattutto non servono per l'obiettivo di perdere peso. Nessuno ha mai dimostrato che attraverso la risposta di questi test si ottenga un maggior dimagrimento».


Additivi e conservanti possono essere responsabili della comparsa di questi problemi?

«Alcuni di questi possono accumularsi e generare interazioni con i nutrienti o altre sostanze contenute negli alimenti, possono essere responsabili di fenomeni allergici, ma non della comparsa di intolleranze».


Gli intervistati

Oliviero Rossi

immuno-allergologo, Azienda ospedaliero universitaria Careggi

Francesco Sofi

docente di Scienze dell’Alimentazione, Azienda ospedaliero universitaria Careggi


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