19 casi di meningite in Toscana nei primi mesi dell’anno. A maggio ci si attende un miglioramento

Scritto da Olivia Bongianni |    Maggio 2016    |    Pag. 43

Laureata in scienze della comunicazione con una tesi su "Il cuore si scioglie", è giornalista professionista.

Si è occupata di organizzazione di eventi e ha collaborato con alcuni uffici stampa. Ha scritto articoli per l'Unità.

Collabora con un'agenzia di comunicazione e ha scritto per la rivista "aut&aut" su tematiche relative all'innovazione nella Pubblica amministrazione.

È appassionata di lettura, cinema, calcio.

Meningite

Dall’inizio del 2015 si è assistito in Toscana a un aumento dei casi di meningite, che ha portato la Regione ad avviare una campagna straordinaria di vaccinazione contro il meningococco C, il ceppo a cui è riconducibile il maggior numero di infezioni e decessi.

Ne abbiamo parlato con il professor Francesco Mazzotta, direttore della Struttura operativa complessa di Malattie infettive dell’Azienda Usl Centro Toscana, che è anche membro, in qualità di esperto, della Commissione regionale vaccini della Regione Toscana.

Professor Mazzotta, quanti casi di meningite si sono verificati negli ultimi due anni?

«Dall’inizio dell’anno a oggi si sono registrati in Toscana 19 casi, nel 2015 erano stati 38. Lo scorso anno abbiamo avuto numeri che ci riportano indietro di dieci anni: nel 2005 infatti i casi furono 36. Nel 2015 abbiamo avuto casi piuttosto gravi, tanto che ci sono stati alcuni morti: l’anno scorso 7 e quest’anno 4».

Come si spiega questo andamento e perché ci sono aree più colpite?

«Il meningococco è un germe che in base alle sue caratteristiche si divide in 13 gruppi, indicati da lettere (A, B, C…). In base ad altre caratteristiche questi si dividono in altri due sottogruppi, e a loro volta in piccole famiglie. Dallo scorso anno una famiglia in particolare era presente sul territorio regionale: il ceppo ST11, caratterizzato da alta aggressività e letalità rispetto agli altri, che hanno una mortalità minore. Tutti noi abbiamo normalmente i meningococchi nella gola, si chiamano i cosiddetti “portatori”, diversi come numero nelle varie età della vita. Quando questi aumentano all’interno della popolazione, crescono le probabilità che qualcuno si ammali. Nei periodi in cui ci sono stati meno casi, il batterio probabilmente trovava resistenza a circolare perché la popolazione era già pronta a difendersi i modo naturale. Ma se il germe cambia, la popolazione in cui circola non lo riconosce e quindi ha più possibilità di determinare la malattia. Evidentemente in certe aree esistevano condizioni che hanno facilitato la diffusione più massiccia all’interno della popolazione».

Si può parlare di epidemia da meningococco?

«Preferisco dire che è una situazione naturale, da seguire con attenzione. È un fenomeno anomalo, da controllare. In termini medici le epidemie sono di cinquanta, centomila casi, non di 35! È certamente un fenomeno potenzialmente pericoloso, per questo si consiglia la vaccinazione».

Come sta procedendo la campagna di vaccinazione?

«A gennaio-febbraio, quando ci sono stati episodi mortali, si è creata nelle persone un’enorme preoccupazione, arrivando a oltre cinquemila richieste di appuntamenti al giorno; le Aziende ne soddisfacevano circa mille al giorno, 8400 alla settimana. Oggi invece abbiamo circa 800 appuntamenti al giorno, ma un 10% rinuncia. Va anche detto che i medici di famiglia hanno iniziato a effettuare le vaccinazioni, e quindi un numero significativo di persone ha scelto questa opzione. Per i ragazzi fra 11 e 20 anni siamo abbastanza sicuri che una grossa fetta è coperta, un po’ meno nelle fasce successive. Ricordo che sotto gli 11 anni la vaccinazione rientra fra quelle consigliate per l’infanzia».

A suo parere siamo usciti dalla fase acuta?

«Le malattie infettive, e la meningite in particolare, sono più concentrate fra gennaio e aprile. Quindi è presto per dire che ne siamo usciti. Comunque qualche caso sporadico si avrà sempre: l’anno scorso anche a maggio-giugno. Mi sembra una situazione simile a quella di dieci anni fa, che portò ad azioni come l’introduzione di una vaccinazione per gli adolescenti, e quindi la malattia rientrò in un trend più basso».


L’intervistato

Francesco Mazzotta