Moni Ovadia, intellettuale eclettico, sempre dalla parte dei più deboli

Scritto da Silvia Amodio |    Giugno 2016    |    Pag. 9

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Moni Ovadia - Foto S. Amodio

Il personaggio

Moni Ovadia è un intellettuale eclettico e raffinato che ha fatto del suo “vagabondare culturale”, tipico del popolo ebraico, una caratteristica apprezzata dalla critica e dal pubblico.

Nato in Bulgaria da una famiglia sefardita, si è trasferito a Milano nel dopoguerra, quando era molto piccolo, vivendo un mix di culture che ne ha profondamente condizionato il percorso.

Dopo la laurea in scienze politiche, inizia la carriera come ricercatore, cantante e interprete di musica etnica e popolare di vari paesi, collaborando con artisti della scena internazionale, come Bolek Polivka, Tadeusz Kantor, Franco Parenti. Si è occupato anche di regia, scrittura, conduzione.

La sua sensibilità nei confronti dei deboli è nota. Ho avuto l’onore di fotografarlo a L’Aquila, dopo il disastroso terremoto, dove era testimonial di un progetto sociale, ma il suo impegno si estende anche agli animali, da lui definiti “compagni di strada”.

Per iniziare, Moni Ovadia ci ricorda che nella storia moltissimi intellettuali, filosofi e studiosi si sono orientati alla dieta vegetariana: Charles Darwin, Gandhi, Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Lev Tolstoj, George Bernard Shaw, a testimonianza di un dibattito secolare.

A tal proposito Moni divide gli esseri umani in due categorie, «coloro che percepiscono gli animali come esseri viventi complessi, dotati di capacità di sentire e di soffrire, coi quali è giusto e meraviglioso stabilire rapporti di conoscenza e convivenza, e coloro che li vivono come poco più che oggetti a piena disposizione dell’arbitrio degli uomini per i loro usi e consumi».

Negli ultimi decenni si è registrato un importante cambiamento culturale in difesa degli animali, ma rimane un dato di fatto che una parte dell’umanità continua a saccheggiare la natura e maltrattare i più vulnerabili.

Ovadia sostiene che la conoscenza è una base da cui partire per cambiare il nostro atteggiamento, ma che «per conoscere un essere vivente e senziente come un animale non è sufficiente informarsi su “Wikipedia” o leggere qualche articolo pseudoscientifico; è necessario rimettere in discussione le certezze fondate sul pregiudizio, è fondamentale stabilire una relazione personale con l’essere vivente che si intende conoscere». 

«Nella mia vita - racconta l’artista - ho avuto diversi cani: ho sempre istintivamente amato gli animali, ma non avevo mai capito cosa fosse la stupefacente relazione con un cane fin quando non mi sono trovato a vivere da solo, condividendo la solitudine con un cane. Solo allora ho potuto constatare la variegata gamma di espressioni del suo rapporto con me, e apprezzare la sua attenzione nei miei confronti; solo vivendo giorno dopo giorno con lui, ho capito la ricchezza delle comunicazioni che mi rivolgeva per testimoniarmi una struggente dedizione. Chi si rifiuta a priori di conoscere, chi resta indifferente alle sofferenze che vengono inflitte senza posa ai nostri compagni di vita sul pianeta che abitiamo, lascia che la violenza permei il nostro habitat e mieta la sua messe di vittime anche fra gli uomini più innocenti. Perché così come la vita è una e integra, così la violenza nasce da una sola radice tossica».

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