Il parco fiorentino delle Cascine teatro di amori e tragedie

Scritto da Mario Spezi |    Aprile 2005    |    Pag.

Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario de La Nazione di Firenze occupandosi dei principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di persona in Toscana, dalle stragi impunite al Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo" ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze' (Sonzogno, 1983). Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.

All'ombra delle frasche
Lo chiamavano "la bancaria",
si seppe dopo, e questo doveva bastare a definirne la collocazione sessuale. A Pontedera, capo dell'Ufficio esteri del Monte dei Paschi, lo definivano irreprensibile. Capita quasi sempre, dopo che uno è morto.
Poi c'era che era morto male, solo 42 anni e morto ammazzato, una coltellata, una sola, quindici centimetri di lama, roba buona per disossare prosciutti, un fendente terribile dall'alto in basso, e questo era imbarazzante. Sommato al luogo dove l'assassinio era successo, diventava imbarazzante al quadrato.
In mezzo a una notte di fine estate, alle Cascine, una mano alzata a chiedere aiuto, Giovanni Milianti era spuntato dalle siepi sul viale degli Olmi barcollando e tutto coperto di sangue, a metà strada tra la Piramide, che poi era solo una "diacciaia" per i Granduchi, e la Fontana del Narciso, arcadico abbeveratoio per settecentesche mucche barocche. Pochi passi ed era stramazzato, la faccia di nuovo sull'erba, una striscia rossa che attraversava la carreggiata.
Era giusto venti anni fa, di settembre, che è un mese che non ha mai fatto il rubacuore. Ma ormai, alle Cascine, ha smesso da un pezzo di farlo anche "messere Aprile".

Torno sul viale degli Olmi con Alfredo Scanzani, giornalista e scrittore, mille storie di alberi e fate nella mente, autore con Marco Conti dell'unico, bellissimo, illustratissimo libro su "Le Cascine di Firenze" (Edizione Medicea, 1991).
Le mani infilate in un grosso cappotto, un cappello verde a larghe tese sopra la testa da gnomo, Scanzani mi fa da guida e passando proprio dove "la bancaria" tirò l'ultimo, maledetto respiro, ricorda il parco, «palcoscenico infinito dell'eleganza e dei pettegolezzi, pianti di grilli, sospiri genuini e corteggiamenti senza cuore, giochi di bimbi e richiami di mamma, illusioni e stregonerie, comari e ruffiani, affari e politica, diavoli e preti, tutti pronti a spiare dalle frasche del bosco, a sfilare impettiti nelle mille mode che invasero viali, grotte, roseti, fonti e regi casini».

Le Cascine dei Fratelli Alinari, insomma, in tuba e coulisson, festa del grillo e buon vino, corse al galoppo e velocipedi. Roba d'altri tempi.
«In altri tempi - sorride sornione lo Scanzani - alle Cascine si moriva ammazzati come adesso. Non la sai la storia del chierico e della moglie del soldato?».
Un delitto antico, senza trans e senza fuoristrada rostrati, un delitto di passione e gelosia. Era l'agosto del 1654 e, a essere sinceri, le Cascine, come le conosciamo, non c'erano ancora, ché ci dovette pensare il solito Pietro Leopoldo a farle fare così al Manetti, l'architetto con il quale litigava, e furono pronte solo nel 1791.
In quell'agosto del 1654, magari caldissimo e arido come era stato quello e il settembre successivo del 1985 quando fu ammazzato il Milianti, accadde che alla Fortezza da Basso, dov'era la guarnigione e le case degli ammogliati, il figlio di un soldato destinato a diventare prete si innamorò della moglie di un commilitone del padre. E quella, dopo qualche tentennamento, ci stette pure.
Il marito sospettava e, puntuale, ci fu chi lo informò. Era accaduto che la sera del 20 agosto il giovane focoso chierico aveva fatto arrivare alla sua amata un bigliettino in cui le diceva che il giorno dopo l'avrebbe aspettata «fuori della Porta al Prato per andare a far merenda alle Cascine», dove, tra l'altro, si vede che dalle parti di Firenze le merende non sono mai state innocenti, fin dai tempi antichi.

Il giorno dopo il marito disse alla moglie che sarebbe andato al Poggio Imperiale, «per dar maggior comodo a sua moglie», di modo che lei ne approfittasse. E così lei fece e se ne andò a far merenda alle Cascine col suo chierico.
Il marito, invece di andare al Poggio Imperiale, passando dalla porticciola delle mulina al Prato, s'era nascosto in un podere lungo lo stradone delle Cascine, che poi, grosso modo, sarebbe diventato il Viale degli Olmi, «e veduti passare questi due innamorati - come si legge in una cronaca del tempo - gli andò dietro, finché, giunti al bosco, la moglie si recò alle voglie del prete; per il che sopraggiunto il marito mentre sfogavano la loro scellerata passione, con uno stile (pugnale, ndr) nello stesso tempo gli privò di vita».
La morte del Milianti fu moderna, roba da serial killer, ma ebbe cronaca breve sui giornali e indagini corte da parte della polizia: quattro giorni dopo un altro serial killer molto più famoso, il Mostro di Firenze, colpì, e fu l'ultima volta, a San Casciano, agli Scopeti. La "bancaria" e il suo assassino furono dimenticati da tutti.

Eppure quel delitto a fianco del viale degli Olmi non fu una delle tante storiacce nel "supermercato del vizio", era molto più preoccupante. Non si va in giro di notte alle Cascine, anche a essere un poco di buono, con in tasca un coltello che tra lama e impugnatura fa trenta centimetri. Se ti vuoi difendere, se vuoi minacciare, se sei uno del "giro", ti porti un serramanico. Un aggeggio di quel genere te lo porti via da casa, se quando esci hai già la voglia di ammazzare.
Milianti non poteva essere entrato nel mirino di nessuno, nessuno poteva aver progettato di ammazzarlo, non faceva parte di quel milieu dove si spaccia, si sfrutta, si ricatta. Se ne veniva a Firenze - in treno, ché non aveva la patente - tre, quattro volte al mese per vivere indisturbato le sue inclinazioni, e aveva preso un appartamentino dalle parti di Ponte Vecchio.
Quella notte di settembre il caso volle che fosse lui a incontrare chi, alle Cascine, andava per soddisfare inclinazioni ben più terribili: uccidere, per il gusto di uccidere. E il parco, con uomini che cercano incontri occasionali, mille personaggi che vedono ma che devono per forza restare nell'ombra e stare zitti, diventa, avvolto dal buio, anche un parco di divertimento per assassini.
Era già capitato, cinque anni prima, da tutt'altra parte. Nel 1980 un pensionato, Giorgio Cavallaro, era stato ammazzato a colpi di pietra in testa. Gli avevano preso l'orologio, un orologio qualsiasi, e poche migliaia di lire. Troppo poco per una rapina con omicidio. Depistaggio.

Nel 1994 solo per caso si venne a sapere del Toyota d'argento. Arrivava tardissimo, praticamente era l'ultimo. L'uomo al volante, una specie di gigante "palestrato", faceva salire un trans, lo portava in un posto nascosto, lo tirava giù prendendolo per i capelli, lo riempiva di schiaffi e pugni, lo violentava, lo rapinava. Lo fece decine di volte, poi qualcuno riuscì a prendere il numero di targa ed ebbe il coraggio di chiamare il "113". Lo beccarono che era ancora dentro alle Cascine.

Nacquero per essere aperte a tutti, le Cascine. Certo il Granduca non pensava proprio a tutti tutti quando fece affiggere, nel 1791, l'Avviso al pubblico in occasione dell'inaugurazione del parco.
«1. Nella Real Tenuta delle Cascine dell'Isola è destinata una pubblica Festa di Gioia per giorni 3, 4, 5 del prossimo mese di Luglio 1791.
2. Saranno questi tre giorni occupati da mattina a sera da una continua non interrotta Serie di Spettacoli, e Divertimenti, i quali distribuiti a diverse distanze di Posti somministreranno agli Spettatori, comoda e grata materia di trattenimento».


PARCO DELLE CASCINE
Alberi e pietre

Il Parco delle Cascine copre un'area di 118 ettari, contiene circa 20.000 alberi appartenenti a 60 specie diverse. Fra i più importanti spiccano, per esotismo, tre specie di cedri - del Libano, dell'Atlante e dell'Himalaya - una sequoia della California e alcuni gingo biloba, veri fossili vegetali viventi importati dalla Cina e dal Giappone.

Per quanto riguarda elementi decorativi in pietra, costruzioni e monumenti, le Cascine comprendono:
la Fontana del Narciso, con la lapide dedicata a Shelley;
la Piramide, che era una ghiacciaia per conservare il ghiaccio immagazzinato durante l'inverno;
le Pavoniere, che prende il nome da tempietti retrostanti, all'origine usati come uccelliere;
la Palazzina o Casino, considerato il capolavoro del Manetti, attualmente sede della Facoltà di Agraria;
la Casermetta, che ospitava il corpo di guardia;
il monumento a George Washington, voluto dagli americani nel 1932;
l'Abbeveratoio del Quercione, ideato per abbeverare le mucche che pascolavano liberamente nel prato;
la Colonna del Pegaseo;
la Scuola di Guerra Aerea, che fu edificata nel 1937;
l'Anfiteatro, ricavato negli anni Sessanta da quella che era una cava di rena;
la Palazzina dell'Indiano, costruita nel 1872 come caffè pubblico;
infine, il Monumento al Principe Indiano, ovvero Rajaran Chuttraputti, Maharajah di Kolhapur, morto improvvisamente a venti anni quando era in visita a Firenze. Fu cremato e la famiglia, nel luogo della cerimonia alla confluenza di due corsi d'acqua - il Mugnone e l' Arno - come vuole la tradizione indiana, fece erigere il monumento.